|
Risiera, Santin e la Libia |
|
|
|
|
Scritto da Vincenzo Mercante
|
|
lunedì 28 gennaio 2008 |
Nelle cerimonie svoltesi alla Risiera di San Sabba in occasione della Giornata della Memoria, sebbene di sfuggita, si è accennato sia alle responsabilità dell’Italia fascista sia altre vittime che, accanto ai sei milioni di ebrei, furono avviate verso i campi di sterminio: partigiani, zingari, rom, omosessuali. A Trieste si è ricordato Palatucci, altrove si sono commemorati altri personaggi per lo più sconosciuti, per esempio alcuni musulmani, che si adoperarono per fornire rifugio e passaporti atti a favorire la fuga di intere famiglie ebree.
Credo non fosse del tutto fuori posto ricordare, almeno di sfuggita, la figura di Mons. Antonio Santin e il suo incontro con Benito Mussolini il 18 settembre 1938. Il duce, arrivato con tutta la flotta e il governo al completo tenne dal balcone municipale un discorso nel quale trattò la questione razziale e “sembrò con parole sprezzanti accennare al Papa, che aveva condannato le discriminazioni razziali”. Uscendo di cattedrale il Vescovo gli chiese se avesse alluso al Papa, e Mussolini ripetè tre volte no. Prima di Natale del 1938 Monsignor Santin, recatosi a Roma, conferì a Palazzo Venezia con Mussolini, parlando a lungo degli ebrei di Trieste; la numerosa comunità era in preda ad una profonda angoscia e ad un indicibile spavento. “Perorai la loro causa; in seguito aiutai moltissimi che venivano da me in cerca di protezione” (Antonio Santin, Al Tramonto, ed. Lint, Trieste 1979, pp. 60-63). Il Piccolo in data 22 gennaio ripresentava Necropoli, il volume di Boris Pahor e la sua personale, straziante testimonianza sui lager nazisti. Lunedì 21 gennaio, sulla terza pagina del Corriere della Sera, Dario Fertilio scriveva: “Giado, l’orrore nel lager italiano. L’ordine: sterminate gli ebrei, ma all’ultimo momento la revoca”. Giado si trova a centottanta chilometri a sud di Tripoli, ed era “un campo di concentramento italiano costruito nel 1942 e riservato agli ebrei libici: almeno 560 uomini, donne e bambini vi morirono di fame, di malattie, di stenti. Gente colpevole soltanto di essere ebrea. Nessun altro luogo, includendo l’isola di Arbe nel Quarnaro, fu tetro di stragi italiane numericamente più rilevanti”. Nel 1943, - poco prima della vittoria britannica in Africa gli italiani sanno che toccherà a loro finire nei campi di concentramento inglesi -, improvvisamente l’ordine di soluzione finale viene annullato. Tutti i circa 2000 prigionieri sono liberi. Chi abbia dato l’ordine di sospensione rimane un mistero ancor oggi. Di storie simili ne sono successe tante e forse nel mondo di Palatucci ne girano molti di più di quanti memoria ne abbia conservato il nome. |