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L'acqua nelle tre religioni abramitiche PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
mercoledì 20 febbraio 2008
A ragione la terza domenica di quaresima del 2008 viene denominata la domenica dell’acqua.
La roccia che getta acqua dissetante gli ebrei erranti nel deserto o pescata dal pozzo di Giacobbe è divenuta sia simbolo dello Spirito vivificante sia espressione della Parola che appaga gli animi di ogni generazione.
L’acqua è uno dei grandi simboli del­l’umanità. Molte culture immaginano, infatti, che alla radice stessa della creazione ci sia un principio acqua­tico, sorgente di vita.
Due sono, però, gli atteggiamen­ti messi in risalto dal Primo Testamentoa in maniera prevalente.
“Da un lato, ecco il distendersi dell’oceano tempesto­so, con le sue acque salate: esso diventa spontaneamen­te il simbolo del male, del caos, del nulla che attenta allo splendore della creazione e che solamente Dio rie­sce a controllare fermandolo alla battigia, lungo il litorale.

Nel libro di Giobbe Dio dichiara: «Ho fissato un limite al mare e gli ho messo chiavistello e porte e ho detto: Fin qui giungerai e non oltre, qui s’infrange­rà l’orgoglio delle tue onde» (38,10-11).
D'altra parte, però, l’acqua dolce è il dono divino più prezioso: «Tu visiti la terra e la disseti», canta il Sal­mo 64(65), «la ricolmi delle sue ricchezze; il fiume di Dio è gonfio d’acque... tu irrighi i solchi… stillano i pa­scoli del deserto».
Due sono pure i valori simbolici fondamentali che ritroviamo nell’acqua. Da un lato essa ha la funzione negativa di purificare, di togliere le macchie del pec­cato attraverso i riti lustrali e lo stesso battesimo.
Ma è proprio il battesimo a ricordarci l’altra dimensione di questo simbolo, quella positiva. L’acqua del fon­te battesimale, infatti, ci dona la nuova vita, e rigene­ra ciascuno di noi come figli di Dio.
È ciò che fa bale­nare Gesù quando dice alla Samaritana: L’acqua che io darò diventa in chi beve sorgente d’acqua che zam­pilla per la vita eterna» (Ravasi Gianfranco, la Parola e le parole, ed. S. Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1999, pp. 35-36).
L'acqua è un’eredità comune. Nei tempi moderni e in passato, in tutte le culture, gli uomini hanno accolto gli ospiti con qualche forma di liquido, acqua o tè o simili, per placarne la sete. E' un segno universale di ospitalità.
In India, un bacino di acqua sacra accoglie i pellegrini fuori dai templi. Nelle nostre chiese l’acqua benedetta ha prima di tutto un significato particolare, ricorda il battesimo, la nostra giustificazione senza alcun merito.
L'acqua quindi è un dono sacro. Nella cultura aborigena è considerata il sangue della Terra, che collega tutti i viventi.
Nel libro sacro del Giudaismo e del Cristianesimo, Dio viene presentato come la fonte d’acqua viva, presso cui il giusto può trovare la vita. Il cibo di cui ci alimentiamo ha bisogno di tanta acqua, come pure le bacche e il cibo selvatico per gli uccelli e gli altri animali.
L’acqua è necessaria per tutta la creazione. Siamo chiamati a conservare questo sacro dono, in modo che tutte le persone e le creature che vivono oggi e tutte le generazioni future ne abbiano a sufficienza.
L’acqua rinfresca e rinnova lo spirito. “Chi fra noi non si è fermato a guardare una cascata senza sentirsi immerso nella potenza e nell’assenza di tempo dell'acqua che scrosciava e correva via? Chi non si è fermato ad ammirare in silenzio il riflesso e la bellezza e la pace di un lago?”.
 Data la scarsità d’acqua nelle terre bibliche, la pioggia e l’abbondanza di acqua veniva considerata un segno della protezione di Dio. Nel battesimo l’acqua viene versata nel nostro cuore e rinasciamo nell’acqua e nello Spirito. Siamo chiamati a considerarla  un segno visibile dell’amore di Dio per noi.


Dai primi secoli del cristianesimo i Padri stabiliscono un parallelismo fra la roccia e la parola del Cristo, come avviene anche alla festa dei Tabernacoli.
“E ciò presuppone che la roccia del deserto e la roccia del Tempio siano assimilati. D’altra parte, l’acqua che sgorga dal costato di Cristo sulla croce, nel quadro della tipologia dell’Esodo che è quello del Vangelo di Giovanni, appare come il risveglio dell’acqua che scaturisce dalla roccia”.
Nella tipologia della roccia dell’Esodo si tratta di acqua che disseta. Il concetto si ritrova nell’episodio della samaritana e in Giovanni 7, 37: “Se qualcuno ha sete, che venga a me, e che beva colui che crede in me”.
L’invito è che ne bevano tutti gli assetati che sono sulla terra. Non solo è vivificante per gli uomini, ma necessaria per i pesci, feconda per gli alberi, indispensabile agli animali.
Il simbolismo ebraico dell’acqua viva passa continuamente da un registro di immagini a un altro fino ad approdare al Giordano.
Qui i legami originali con il battesimo sono evidenti sul piano rituale: Giovanni battezzava nel Giordano.
D’altra parte il Giordano è il tipo stesso dell’acqua viva, quella del fiume che scorre; e il suo significato si accentua maggiormente nel contrasto con il Mar Morto.
Si comprende quindi perché gli episodi del Primo Testamento in cui il Giordano ha un ruolo - il suo attraversamento da parte di Giosuè, il bagno di Naaman, la scure di Eliseo, l’ascensione di Elia –
A ragione allora quel corso è indicato con il nome di “grande Giordano di acque vive”. E si lega ai grandi temi dell’Apocalisse.
Dal trono di Dio e dall’agnel­lo esce l'acqua che dona la vita offrendo da bere ai riscattati dalla terra. Ma per gli empi abbandonati alla rovina, tutte le acque sono avvelena­te e prosciugate (Ap 16, 45.12). La forza purificatrice dell’acqua diventa segno salvifico della  conversione interiore e del perdono escatologico di Dio.
Si dimostra di essere puri di cuore non nella purità rituale, ma nella conversione, nell’amore e nella fede. Come nella lavanda dei piedi oppure nelle lacrime della pecca­trice e soprattutto a Cana quando trasforma l’acqua preparata per la purificazione cultuale nella pienezza escatologica del vino.
Si tratta di acqua vitale basata sulla rappresentazione mitologi­ca della forza dell’acqua che dà e che rigenera la vita, che conferisce l’immortalità.
Essa diventa efficace per l’uomo attraverso l’aspersione e l’abluzione oppure con l’assunzione. Quest'idea, profondamente radicata in tutti i popoli, ha trovato profonda eco nella letteratura biblica.
In modo solenne il Corano la proclama dono di Dio quanto mai prezioso per i paesi come l’Arabia tormentati dalla siccità.
Secondo il Corano è dall’acqua l’inizio della creazione. Da essa e con essa “Dio ha creato l’uomo e tutti gli esseri viventi e l’affermazione, che compare quattro volte nel testo coranico, con alcune varianti (21, 30; 24, 45; 25, 54; 86, 5-7), vale sia per il paradiso, luogo della vita eterna, sia per i vegetali, i minerali e gli animali.
I giardini paradisiaci straripano d’acqua viva come i grandi palazzi dei sultani d’Oriente e dell’Andalusia. Vi abbondano i fiumi, le fontane e le sorgenti, alcune delle quali profumate di canfora; e questo elemento benedetto procura la delizia suprema.
Alle molte fonti del paradiso si oppone altrove l’u­nica fonte d’acqua bollente dell’inferno. Gli ospiti del fuoco gridano invano agli ospiti del paradiso: «Versate su di noi dell'acqua» (7, 50) alla stessa maniera con cui il ricco epulone chiedeva una goccia d’acqua al povero Lazzaro felice fra le braccia di Abramo.
Nella vita terrena, l’acqua paradisiaca è rappresentata dalla pioggia fertilizzante che Dio fa discendere dal cielo e penetra la terra per farne uscire le piante, è purificatrice, serve per le abluzioni del credente.
La privazione dell’acqua invece appare dunque come una prova o come un castigo. Allo stesso modo l’eccesso d’acqua, infine, può divenire mortale con il diluvio: l’acqua si precipita dalle porte del cielo mentre le fonti, straripando dalla terra ribollente, travolgono ogni essere vivente” (Dizionario del Corano, Mondadori, Milano 2007, p. 16).

 
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Ultimo aggiornamento sito:14/05/2012 - 17:44
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