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Il Carso scienza e magia ed. Villadiseraine, Bergamo 2014 PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
sabato 04 marzo 2017
Il Carso scienza e magia - ed. Villadiseriane - Bergamo 2015 - descrizione del carso triestino con tutto il simbolismo dei fiori e delle piante- leggende e segni del sacro
Leggi tutto... [Il Carso scienza e magia ed. Villadiseraine, Bergamo 2014]
 
LA TRATTA DEI NEGRI PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
sabato 22 febbraio 2014

 

La tratta dei Neri. Non conosce tempo la pratica di trasformare in schiavi i prigionieri di guerra e, se l'Africa ne fu un serbatoio inesauribile dai tempi di Roma agli inizi del 16° secolo, è stata un’impresa commerciale in grande stile. Era normale consuetudine da parte dei re locali delle regioni nella zona dei moderni Senegal e Benin vendere agli europei gli indigeni razziati nelle circonvicine terre africane. Dopo la scoperta delle Americhe, ad opera di portoghesi e spagnoli la tratta degli schiavi assunse presto proporzioni senza precedenti, dando origine al più imponente commercio di carne umana. Mentre l'Enciclopedia Britannica ritiene che la deportazione forzata fino al 1867 sia quantificabile tra i 7 e i 10 milioni, la maggior parte degli storici contemporanei stima che il numero di schiavi africani trasbordati nel Nuovo Mondo assommi tra i 9,4 e 12 milioni. Ma Francesco Surdich, attento studioso delle esplorazioni, ipotizza che dall'Africa nel corso di tre secoli furono sradicati dai 15 ai 40 milioni di persone indirizzate sia verso il Medio Oriente arabo sia verso le Americhe oppure perite nella cattura, le marce forzate e il trasbordo. Nel 1516 il missionario Bartolomeo de Las Casas (1474-1566), nominato protettore generale di tutti gli indios dell'America Centrale dal re di Spagna, si impegnava in una appassionata difesa degli indigeni. Dopo la pubblicazione della “Brevissima relazione della distruzione delle Indie” nel 1542, divenne il principale ispiratore delle Leyes Nuevas del 1542-43, che, pur non modificando più di tanto la condizione de facto degli amerindi, valsero però a limitare un po' i maggiori abusi compiuti a loro danno. È vero che Las Casas, nel suo sforzo di perorare la causa degli indios, mettendoli in una luce favorevole, ne idealizzò parzialmente i costumi, al punto che, da molti, è considerato il padre del mito del buon selvaggio, che affascinerà per secoli l'immaginario europeo fin oltre l'illuminismo. Vanno però tenute presenti due osservazioni. Il frate, amplificando la debolezza fisica degli amerindi, indirettamente parve favorire e, secondo alcuni, anche consigliare l'esportazione degli schiavi africani in America, dando per scontato che questi ultimi si potessero ridurre in servitù. In secondo luogo la concezione egualitaria di tutti i sudditi della Spagna non implicava come diritto ma solamente come benevola concessione il principio della libertà fisica e morale dei soggetti d'oltreoceano. Nonostante tali limitazioni, Las Casas svolse una persistente denuncia della rapacità dei coloni spagnoli.

Il silenzio del Concilio di Trento. Le aspirazioni ad una profonda riforma della Chiesa, che placasse finalmente le proteste e lo scontento che serpeggiavano all'interno della cristianità fin dal secolo di Francesco d'Assisi, sfociarono nel Concilio di Trento e nella Riforma cattolica. Gli sconvolgimenti religiosi verificatisi in Germania e la diffusione del credo protestante obbligarono la Chiesa romana ad intervenire con una serie di provvedimenti di carattere teologico e disciplinare. Gli errori luterani, la vita mondana del clero, la pace tra i principi, l'urgenza di un'altra crociata rimanevano i temi più scottanti. I papi e vescovi furono travolti dalle preoccupazioni causate dai riformatori seguaci di Martin Lutero, che insidiavano la fede e sottraevano metà Europa alla potestà papale. La servitù coatta non rientrava quindi tra le questioni da trattare al concilio convocato nel 1542 da Paolo III (1534-1549) a Trento, anche se i lavori cominciarono solo tre anni più tardi, il 13 dicembre del 1545, causa la guerra tra Carlo V e Francesco I di Francia per il possesso del ducato di Milano. Intanto il pontefice dava nuovo vigore al tribunale dell'Inquisizione accentrato sotto la direzione di una commissione cardinalizia, la Congregazione del Sant'Uffizio. Le sessioni si conclusero nel 1563 dopo un'interruzione decennale (1552-1562) dovuta all'ostilità del cardinale Carafa, il futuro Paolo IV (1555-1559). Convinto dell'inutilità dell'assemblea e ostile a qualsiasi innovazione che non discendesse dall'alto, il pontefice intendeva restaurare l'autorità della Chiesa attraverso una lotta accanita contro le eresie e una serie di provvedimenti istituzionali. Intervenne infatti nella riorganizzazione della censura sulla stampa e fissò i criteri per la compilazione dell'Indice dei libri proibiti. Nella Nuova Spagna c'erano tutte le ragioni per ritenere che in Italia si sarebbe discusso anche del ruolo delle diocesi d'Oltreoceano quanto alla propagazione della fede e alla tratta degli africani. Informati dell'avvenuta convocazione del concilio, i vescovi d'America espressero il desiderio di essere presenti e non solo rappresentati. A più riprese, in seguito, i prelati si rivolsero all'imperatore e al Consiglio delle Indie chiedendo aiuti per raggiungere l'Italia, ma senza successo: venne loro impedita la partenza. La causa ufficiale del diniego fu che non si dovevano lasciare sguarnite le sedi lontane, tanto più che il concilio rischiava di essere continuamente rinviato, essendo in atto la continua ripresa della guerra tra Francia e Spagna. Non temessero i vescovi d'oltreoceano, perchè le normative teologico-pastorali sarebbero state fatte pervenire con rapidità tramite i sicuri canali legatizi.

Il battesimo forzato. Se ai padri conciliari non interessavano né la pratica dello schiavismo, né la salvezza eterna di tutti gli indios mediante il battesimo, invece tali argomenti rientravano nelle agende delle corone spagnola e portoghese. Agli schiavi neri la somministrazione del battesimo avveniva a bordo o poco prima dell'imbarco; si consigliava l'aspersione dell'acqua con rami di issopo sulla testa degli incatenati, così da garantire la rinascita spirituale a chi era nato pagano. Gli africani però non percepivano il senso di questo rituale e lo intendevano come una forma di iniziazione allo stato di schiavitù. Inoltre tra gli incaricati a compiere il rito dell'iniziazione cristiana, non pochi dubitavano fortemente non solo dell'efficacia, ma pure della validità di un sacramento impartito a creature totalmente ignare delle verità cristiane e imposto con la coercizione. Accanito oppositore di tale pratica si dimostrò il frate minore osservante Francisco da Conceição, portoghese, coadiutore dell'arcivescovo di Braga, venuto in Italia per informare delle violenze sacramentali i padri conciliari, riuniti nella sessione di Bologna tra il 1547-1549. Lo storico e scrittore tedesco Hubert Jedin riferisce che Francisco rese palese tale modo di agire dei missionari ed insieme stimmatizzò le sevizie dei negrieri: la marchiatura a fuoco, la disperazione che spingeva le madri all'aborto o all'infanticidio, l'orrore di torture con tizzoni, cera e grasso bollente, lo stupro delle donne, il regalo di schiavette ai propri adolescenti come trastullo, l'ingravidamento a forza da parte di uomini selettivamente a ciò prescelti per la vigoria fisica. A giustificazione del loro comportamento i padroni adducevano la necessità di affrettare il più possibile la partenza delle navi, obbligando così i missionari ad amministrare battesimi di massa. Ma la calda perorazione del frate risultò vana. Né durante quei mesi, né dopo, le congregazioni generali si occuparono di sacramenti imposti e di schiavitù. Le due corone di Madrid e Lisbona, in concorrenza sullo scenario d'oltremare, convenivano sulla legittimità delle deportazioni. Gli schiavi erano visti come una grande risorsa per l'Europa, afflitta da pestilenze, da carestie e da periodiche guerre di supremazia. Le raccomandazioni reali e papali si limitarono per lo più all'opportunità di evitare le conversioni forzate: erano ammonizioni con la minaccia di scomuniche, in ogni caso non tali da impressionare i mercanti di carne umana. Il commercio di schiavi aumentò di continuò per tutto il secolo XVI fino alla prima metà del XVII, secolo, causa il bisogno di manodopera per mettere a coltivazione grandi estensioni di terre, per l'estrazione dei metalli, per la costruzione di città, porti e strade. Altro elemento essenziale del nuovo sistema fu la diffusione delle piantagioni di zucchero, tabacco, caffè, cotone. Si venne così a creare un grande circuito economico intercontinentale: manufatti a buon mercato venivano esportati dall'Europa in Africa per l'acquisto degli schiavi che mercanti e razziatori specializzati catturavano ed ammassavano sulle coste della Guinea, del Senegal e del Congo per essere trasportati al di là dell'Atlantico. Dalle Americhe giungevano invece nei paesi europei oro, argento, materie prime e prodotti alimentari. Era nata l'era moderna, solcata però da fiumi di sangue e intrisa d'immani sofferenze.

La Chiesa e l'abolizione della schiavitù. La schiavitù venne messa apertamente sotto accusa in modo serio solo nel Settecento, con la nascita del pensiero illuminista, che intendeva eliminare questo grave ostacolo al libero sviluppo degli esseri umani. Venne soppressa gradualmente da tutti gli stati europei tra il 1794, in piena rivoluzione francese, e il 1815 anno del congresso di Vienna. La condanna si rivelò però illusoria in quanto il contrabbando proseguì seppure in maniera ridotta. Fu bandita nelle colonie britanniche (1833), francesi e olandesi (1848), negli Stati Uniti (1863, durante la guerra civile), a Cuba e Portorico (1870); l'ultimo stato ad abolirla ufficialmente fu il Brasile (1888). La Chiesa cattolica viene spesso tirata in causa nei dibattiti pubblici per la complicità e passività di fronte al sistema schiavista. Nel corso della sua esistenza la Chiesa si è trovata ad agire tra le culture che praticavano la schiavitù e ha dovuto perciò prender posizione. Un primo esempio è la lettera di San Paolo a Filemone; l'apostolo si astiene da ogni pronunciamento, ma poi avverte con risolutezza il padrone che deve trattare da fratello lo schiavo Onesimo convertito al cristianesimo. Quanto alla tratta, pratica su larga scala nel corso della storia, non sono mancate le condanne papali. Nel 1404 gli spagnoli giunsero nelle isole Canarie, colonizzandole e schiavizzando quelle genti. Papa Eugenio IV nel 1435 scriveva al vescovo Ferdinando di Lanzarote pregandolo di esortare i conquistatori a liberare tutti gli schiavi nel giro di quindici giorni dalla lettura pubblica della sua lettera, senza l'esazione di denaro o la pretesa di altri compensi. Chi non ottemperava agli ordini, veniva scomunicato. Un secolo più tardi contro spagnoli e portoghesi papa Paolo III nel 1537 emanò una bolla, dal titolo Sublimis Deus, in cui affermava che Satana aveva suscitato alcuni dei suoi alleati che, volendo soddisfare la loro stessa avidità, avevano la pretesa di trattare gli indios come animali, con il pretesto che essi erano privi della fede cattolica. Purtroppo il Papa, avendo fatto un chiaro riferimento alla Spagna, sotto la pressione politica del re, fu costretto poi modificare alquanto le sue esortazioni. La condanna venne reiterata da papa Gregorio XIV con la bolla Cum sicuti del 1591, Urbano VIII con lo scritto Commissum Nobis del 1639 e Benedetto XIV con la lettera Immensa Pastorum, del 1741. Ma le esecrazioni, sostenute da pesanti scomuniche, non produssero mai un'inversione di rotta. Nel 1839 una costituzione di Gregorio XVI condannava solennemente ogni forma di schiavismo come contrario al diritto naturale. La sua lettera “In Supremo Apostolatus” conteneva le seguenti parole: “In virtù della nostra autorità riproviamo il traffico dei negri come indegno del nome cristiano. In virtù di questa stessa autorità proibiamo e interdiciamo ad ogni ecclesiastico o laico di considerare il traffico dei negri come lecito e sotto qualsiasi pretesto di predicare o insegnare in pubblico o in qualunque altro modo una dottrina in contrasto con quella apostolica”. Nel mondo antico la schiavitù non fu mai considerata un male intollerabile che si dovesse estirpare ad ogni costo, tanto che filosofi e letterati, escluso forse Seneca, non elevarono mai la minima protesta, in quanto essa era data semplicemente per scontata. E se Mosé riscatta i connazionali sottoposti ad estenuanti lavori dagli egiziani e Geremia biasima chi rende schiavi i propri fratelli, è pur vero che l’Antico Testamento non reca alcuna esplicita protesta contro la privazione della libertà personale. La schiavitù in ogni epoca era considerata un diritto dei vincitori sui vinti. Non era messa in discussione neppure dalla Chiesa, che si limitava a raccomandare il buon trattamento degli schiavi indicando come atto gradito al Signore il loro affrancamento inserendolo nella pratica dell'amore vicendevole. La Chiesa si rifaceva al presupposto che lo schiavo in quanto essere dotato di anima (anche se qualche teologo ha nutrito su ciò forti dubbi), fosse uguale all'uomo libero dinanzi a Dio, benché tale uguaglianza non comportasse necessariamente lo stravolgimento delle classi sociali. Tale preconcetto percorse tutto il tessuto ecclesiale con una fortissima e inesplicabile ambiguità, tanto da non provocare un'azione per così dire cattolica per la sua abolizione. Per troppi uomini di Chiesa, infatti, la schiavitù appariva conforme sia al diritto naturale sia a quello divino, sebbene con forti perplessità. L’accettazione della schiavitù era tanto profondamente radicata non solo nella coscienza degli uomini liberi, ma anche in quella di chi la subiva, al punto che sia i primi che i secondi non potevano immaginare un cambiamento di stato. Malgrado quindi accettasse senza traumi la schiavitù considerandola una conseguenza della malvagità umana, la gerarchia ecclesiastica cercava di ovviare alle misere condizioni degli schiavi invitando i padroni ad un trattamento benevolo. Tutto questo dunque non permette di rintracciare una universale e fattiva presa di posizione seguita da un'azione abolizionista. L’uguaglianza degli uomini davanti a Dio e la riduzione in schiavitù rimanevano di certo una contraddizione. Eminenti teologi cattolici si sforzavano di dare una soluzione a questo contrasto accettando sì il dato di fatto, ma nello stesso tempo proclamavano idealità abolizioniste e lodavano i missionari che consacravano la loro vita ad alleviare le sofferenze degli sventurati. La schiavitù era legittimata come castigo in conseguenza del peccato originale oppure di una innata deficienza spirituale che spingeva un certo numero di persone malvagie a prevalere su altre. Lo schiavo poi era ritenuto un discendente di Caino, un uomo privo di ragione e portato per natura alla cattiveria e quindi quasi degno, secondo i negrieri, di essere ridotto in catene. A parte tali considerazioni che sembrano situarsi fuori di ogni logica storica, la schiavitù è sopravvissuta fino oltre la metà del XIX secolo. Durante il Concilio Vaticano Primo (1870) il vescovo Daniele Comboni pronunciò frasi feroci contro il permanere del mercato degli schiavi in Egitto e Sudan. Convinto che non si potesse eliminare lo schiavismo a base di trattati, come si erano illuse di fare le nazioni europee, scriveva che l’abolizione della schiavitù decisa dai governanti a Parigi nel 1856 era rimasta lettera morta per l’Africa centrale; proponeva quindi la scomunica ai cristiani che cooperassero alla tratta dei negri e la non restituzione degli schiavi che si fossero rifugiati nelle missione cattoliche. In occasione dei 500 anni dalla scoperta dell’America, Giovanni Paolo II, durante la visita all’isola di Goree collocata a breve distanza dalla capitale del Senegal, Dakar, proprio dalla casa dove gli schiavi erano venduti all’asta, chiese perdono agli africani per il crimine inumano commesso da coloro che si professavano cristiani.

Vincenzo Mercante


 
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Scritto da Vincenzo Mercante   
sabato 22 febbraio 2014
 

MERCANTE VINCENZO



SAN GIORGIO

Culto e leggende

Capitolo 1


L'ARCHEOLOGIA E IL CULTO DI SAN GIORGIO



Il martirologio romano del 2001 (Editio typica) il 23 aprile facendo menzione di S. Giorgio afferma che il suo culto era diffuso fin dai tempi antichi in tutte le chiese da Oriente ad Occidente, specialmente nella città di Lidda (conosciuta anche come Georgiopolis fino al XIII secolo, oggi Lod a 15 km da Tel-Aviv), nella cui cattedrale era stato sepolto il suo corpo dopo il martirio.

Dopo l'editto di tolleranza di Costantino, ma soprattutto quando con l'imperatore Teodosio il cristianesimo divenne la religione ufficiale dell'Impero, si sviluppò grandemente il monachesimo e si moltiplicarono incredibilmente i pellegrinaggi.

I pellegrini sbarcati nel porto di Giaffa, imboccavano la strada per Gerusalemme facendo sosta a Lidda per visitare la tomba del santo, e fra questi nel 530 troviamo il diacono Teodosio che ne lasciò memoria nei suoi scritti.

Intanto la Palestina veniva travolta da una serie d'invasioni straniere. Nel 614 Kosroe II di Persia vinse i bizantini, occupando la Palestina e Gerusalemme. Durante la conquista e il saccheggio venne trafugata e portata in Persia a Ctesifonte la Vera Croce (la croce di Gesù Cristo) del Santo Sepolcro e le chiese di Costantino ed Elena vennero danneggiate dalle fiamme. Ma nel 628, la città santa, grazie all’intervento del pio imperatore Eraclio, fu riconquistata e liberata. Lo stesso Eraclio, inoltre, ottenne dai Persiani la restituzione della Santa Croce, e il 21 marzo del 630 il Sacro Legno fu di nuovo eretto nella Chiesa del Santo Sepolcro e si riprese a celebrare, il 14 settembre seguente, la festa della Esaltazione.

Seguì la conquista araba: nel 637 il califfo ‛Omar entrò in Gerusalemme mettendo fine al dominio bizantino. Gerusalemme, considerata sacra anche dai musulmani, dipendeva direttamente dal califfo. Sotto il dominio arabo (fino al 10° sec.) la P. godette di prosperità; le diverse dinastie di califfi (Omayyadi, Abbasidi) si mostrarono tolleranti verso ebrei e cristiani e continuarono i pellegrinaggi ai Luoghi santi. Nel 10° sec. cominciò per la P. un lungo periodo di guerre e di sconvolgimenti: furono dapprima i Fatimidi che, installatisi nell’Africa settentrionale e in Egitto, mossero alla sua conquista: dal 969 il Paese rimase sotto il loro dominio, e il califfo al-Hakim mise in atto una feroce persecuzione che portò alla distruzione della chiesa del S. Sepolcro a Gerusalemme (1009). Molto intolleranti furono pure i turchi Selgiuchidi, che nel 1076 s’impadronirono stabilmente del Paese. Le violenze da essi perpetrate provocarono grande sdegno in Europa e furono non ultima causa delle crociate, che ebbero la P. come principale terreno d’azione. In seguito alla conclusione vittoriosa della prima crociata (1099: conquista di Gerusalemme), si costituì il regno latino di Gerusalemme che ripropose in P. gli schemi occidentali dell’organizzazione feudale.

Nel 1174 il Saladino si proclamò sultano indipendente di Egitto e dichiarò la guerra santa ai cristiani: il regno latino fu progressivamente ridotto d’estensione e, dopo la riconquista di Gerusalemme (1189), cadde (1291) l’ultima roccaforte, S. Giovanni d’Acri. La P. restò sotto il dominio dei sultani mamelucchi d’Egitto fino alla conquista turca del 1517; dopo di allora, mentre in Egitto i mamelucchi, pur sottoposti alla sovranità di Istanbul, mantennero un notevole grado di autonomia, Siria, Libano e P. furono pienamente integrate nell’ambito dell’amministrazione ottomana. Questa si mostrò tollerante nei confronti delle numerose minoranze religiose presenti nell’area siro-palestinese: ebrei, cristiani delle diverse confessioni, drusi e musulmani non sunniti godettero complessivamente di un’ampia libertà di culto.

Nel contesto di secolari vicende si collocano importanti testimonianze. Nell'anno 570 l'anonimo pellegrino di Piacenza scrive che nelle vicinanze di Diospoli (Lidda) si trova una colonna con infitta una croce di ferro su cui venne flagellato il Signore, e coloro che sono tormentati da spiriti demoniaci vi vengono posti sopra e sono guariti per intercessione di S. Giorgio.

Il sacerdote Arculfo visitando la Palestina nel 688 colse subito la contraddizione insita nell'affermazione dell'anonimo piacentino e lasciò scritto sulla colonna era stato flagellato S. Giorgio essendo su di essa dipinta l'immagine del Santo, che opera molte guarigioni.

Il pellegrino Epifanio nell'840 afferma che, nella festa del Santo, la colonna emanava sangue per tre ore.

Alla colonna S. Giorgio venne legato con le catene e in oriente in varie chiese a lui intitolate si poteva vedere una catena attaccata al muro alla cui estremità era inserito un collare, che veniva messo attorno al collo dei malati di mente per propiziarne la guarigione. Nel 1514 il mercante Barone Morosini ebbe la fortuna di toccarne una nella chiesa di Lidda, una seconda nei pressi di Betlemme e la terza nella chiesa dei Copti ortodossi a Geusalemme.

A chi soffriva di schizofrenia veniva infilato il collare e poi lo si lasciava solo durante tutta la notte; misteriosamente S. Giorgio toccava il demente liberandolo dal male oppure mediante sogni prescriveva le medicine adatte alla guarigione.

Era invalsa anche l'usanza di portare i bambini malati nelle chiese del Santo: i genitori promettevano di non tagliare loro i capelli per due-tre anni, poi una volta guariti tagliano loro i capelli e offrono al Santo tanto denaro quanto pesano i capelli tagliati”.

Bellarmino Bagatti nello scritto Antichi villaggi cristiani della Giudea e del Neghev,Gerusalemme 1983, nei suoi scavi archeologici afferma di aver trovato numerosi luoghi di culto dedicati a S. Giorgio e nomina: Efraim, Jfna, Deir el-Balh, il monte Nebo, Ezra, Madaba, due grotte di culto nei pressi di Acri, Gerasa, Nahita, Sama... insomma il culto del Santo era popolarissimo nelle terre d'Oriente.

Con l'andar del tempo S. Giorgio venne rappresentato vestito da guerriero ritto in piedi con una lancia a forma di croce nella mano destra, mentre la sinistra teneva uno scudo poggiato a terra.

Lo stesso pellegrino Arculfo racconta che “un cavallo inferocito per i maltrattamenti sbatté il proprio padrone contro la famosa colonna; pure un nobile, ottenuta una grazia, aveva promesso di donare il suo cavallo al Santo, ma non mantenne la promessa. Allora il cavallo puntò i piedi per terra e non fu possibile smuoverlo finché il cavaliere non si decise a mantenere la promessa” (San Giorgio e il Mediterraneo, a cura di Guglielmo de' Giovanni Centelles, Città del Vaticano 204, pp. 35-36).

In Europa e più precisamente nella Spagna pirenaica i re di Navarra, Léon, Asturie e Castiglia, incessantemente sostenuti dai potenti abati di Cluny e vettovagliati dai papi, dal secolo IX in poi stavano lottando accanitamente per ricacciare gli arabi dalla penisola iberica e in testa ai loro eserciti erano soliti porre le insegne e le reliquie di S. Jacopo di Compostela, “visto più combattente a fianco dei cristiani nell'atto di sbaragliare gli infedeli, tanto che passa alla storia con il nome di matamoros, uccisore dei mori”.

In Oriente erano venerati quattro santi guerrieri: Demetrio, Leonzio, Teodoro, Giogio raffigurato su di un cavallo bianco mentre sta conficcando la lancia nel corpo di un uomo con le gambe incatenate e le mani legate, simbolo della vittoria sul nemico oppressore dei cristiani.

L'Apocalisse al capitolo sesto ci presenta quattro cavalli: “il primo è di coloro bianco e colui che vi stava sopra aveva un arco e gli donata una corona e partì vincitore per riportare nuove vittorie”. Il simbolo è chiarissimo: rappresenta Cristo vincitore del mondo.

Da questo contesto leggendario prese l'avvio la leggenda di S. Giogio cavaliere che trionfa su uomini e mostri del male.

Ma c'è ancora un particolare. Pellegrini e soldati in partenza per la Terra santa dal porto di Brindisi salivano prima al conosciutissimo santuario di S. Michele Arcangelo fra le colline del Gargano. Oltre a purificarsi con riti penitenziali ingerendo l'acqua che sgorgava prodigiosamente dal soffitto umido della grotta, sostavano a lungo davanti alla statua dell'Arcangelo con le ali distese, armato, mentre nella mano destra porta la spada e la sinistra tesa verso un aggrovigliato dragone dai lineamenti terrificanti schiacciato dal piede sinistro alla gola e dal destro nel mezzo del corpo.

In altre raffigurazioni il principe delle milizie celesti a cavallo imbraccia una lancia con cui infilza un mostro che prende varie forme: la più comune è un dragone, ma compare pure il serpente, il pipistrello, un animale che ha il suo covo nelle profondità della terra, un coccodrillo che esce di notte da stagni puzzolenti per divorare la preda. Il dragone invece vive in fondo al mare o alle terra, nel deserto, in grotte paurose sempre vigile per assaltare qualche malcapitato.

Le prerogative dei due santi in parte si sovrapposero dal momento il compito di S. Michele venne trasferito in S. Giorgio arricchito di nuovi particolari

Il simbolismo è di una chiarezza eclatante: rappresenta le forze del male contro cui il cristiano deve lottare. Sia nei testi del profeta Daniele che nell'Apocalisse di Giovanni appare sempre sconfitto, non senza aver però provocato immensi danni.

Al tempo delle crociate il Santo appare seduto su di un cavallo bianco armato di un lunga lancia, con il torace ora coperto da una corazza ora dal mantello crociato, pronto ad intervenire in battaglia in aiuto dei guerrieri combattenti contro i musulmani. Secondo la leggenda intervenne la prima volta nel 1089 nei pressi di Antiochia in un momento di estrema difficoltà dei crociati decisi a riconquistare Gerusalemme.

Gli infedeli occupanti i luoghi santi incarnavano il male assoluto, il diavolo, raffigurato come bestia mostruosa.

Già la mitologia pagana aveva tramandato che l'eroe Perseo, recatosi in Etiopia, era stato informato che un orribile mostro, incarnante uno spirito del male, divorava persone e animali. Estratta a sorte anche Andromeda, la figlia del re, stava per essere data in pasto al mostro, ma Perseo appena la vide legata ad una roccia, in attesa di una orribile fine, se ne innamorò perdutamente salvandole la vita.

In Egitto la figura di Giorgio venne abbinata al dio Horus, “purificatore del Nilo, cavaliere dalla testa di falco, in uniforme romana intento a trafiggere un coccodrillo tra le zampe del cavallo”.

Da qui potrebbero aver preso spunto i racconti del nobile ed intrepido cavaliere Giorgio che salva una fanciulla di stirpe regale da un pericolo mortale.

Correva fra le genti d'Oriente la leggenda che il gran re d'Israele Salomone fosse apparso su di un cavallo bianco intento a lottare contro i dèmoni.

Nel sud della Francia era vivissima la rappresentazione di Maria Maddalena, che giunta assieme alle altre due Marie su di una barca nella Camargue, aveva scelto di vivere in solitudine in una grotta frequentata da tempi immemorabili dal terribile drago Tarascone (o Tarasque).

La Maddalena desiderava chiudersi in meditazione in quel luogo e si rivolse allora all'arcangelo affinchè liberasse la grotta dal terribile drago, cosa che egli fece senza riserve.

La leggenda è simile a quella della Tarasque di Tarascona che vede però coinvolta Santa Marta. La Tarasque è in questo caso un mostro mezzo animale e mezzo pesce e viveva nei boschi accanto al Rodano.

Il bosco dove si nascondeva si chiamava Nerluc, il sacro bosco nero. Allora intervenne la Santa e grazie alla sua gentilezza e santità rese mansueto il mostro: gli legò quindi al collo la sua cintura e lo consegnò al popolo che però lo uccise senza pietà. Santa Marta col drago al guinzaglio è raffigurata in molti luoghi sacri come all'Abazia di Sant'Antonio di Ranverso, a Torino.

Se per Maria e Marta si tratta di leggende, furono storicamente i crociati a traferire in Occidente il culto di S. Giorgio, mentre i Normanni lo impiantarono soprattutto in Sicilia e Calabria tra popolazioni afflitte da un'infinità di guai.

Su questo terreno imbevuto di santi si staglia la figura del dotto domenicano Jacopo da Varazze (o Varagine, Voragine, 1229 circa-1298), formidabile predicatore, arcivescovo di Genova, rimasto famoso per la Legenda Aurea, una raccolta di vite di santi secondo il calendario liturgico.

Il 23 aprile si faceva memoria di S. Giorgio cavaliere che lotta contro un dragone dagli occhi di fuoco per liberare una fanciulla. La leggenda era sorta al tempo delle Crociate, e probabilmente, fu influenzata da una falsa interpretazione di un'immagine dell'imperatore cristiano Costantino, trovata a Costantinopoli, in cui il sovrano schiacciava col piede un enorme drago, simbolo del nemico del genere umano.

La fantasia popolare ricamò sopra tutto ciò, e il racconto, passando per l'Egitto, dove San Giorgio ebbe dedicate molte chiese e monasteri, divenne una leggenda affascinante, spesso ripresa nell'iconografia in oriente ed occidente.

San Giorgio non è l'unico personaggio che uccide un drago; anche ad altri le leggende riconoscono simili imprese, come ad esempio in Italia san Mercuriale, protovescovo e patrono di Forlì, spesso raffigurato nell'atto di rinchiudere appunto un drago in un pozzo. È facile anche confondere san Giorgio, soprattutto nelle icone greche, con san Demetrio: le differenze tra i due santi sono, sempre per quanto riguarda l'iconografia greca, il colore del cavallo (Giorgio lo ha bianco, Demetrio nero) e il bersaglio del cavaliere (Giorgio uccide un drago, Demetrio un moro). Anche san Teodoro martire d'Amasea nell'iconografia è rappresentato a cavallo o a piedi in atto di uccidere un drago o un serpente.

Jacopo da Varazze diede però al combattimento uno specifico significato, cioè l'obbligo del cristiano ad estirpare i vizi interiori, mentre nel mondo cavalleresco prevalse l'idea del cavaliere di Cristo che si impegna sia nella protezione dei deboli (bambini e donne) sia nella difesa della fede cristiana contro i nemici interni al cristianesimo (eretici ed ebrei) brandendo poi la spada contro gli infedeli viventi creature di satana.

Correvano i tempi della cavalleria, del Dio lo vuole, del privilegio del Paradiso per chi cadesse in battaglia in terra di Palestina, delle benedizioni ed indulgenze papali, dell'esaltazione di chi moriva martire per la riconquista della Spagna in Occidente, delle terre palestinesi in Oriente.

Chi seppe tradurre in elegante latino gli ideali del cavaliere crociato fu S. Bernardo di Chiaravalle con il conosciutissimo scritto De laude novae militiae ad Milites Templi, (La lode della nuova milizia per i Soldati del Tempio).

Ma significativo è pure l'armamentario del cavaliere Giorgio. Il cavallo è da sempre immagine di spirito bellicoso e fierezza “e il suo alto nitrito incute spavento nella battaglia”, anche se “il cavallo non giova per la vittoria e con tutta la sua forza non può salvare, perchè solo al Signore appartiene la gloria”. Considerato come “il mulo privo di intelligenza, la sua fierezza è piegata con morso e briglie”.

Nei profeti il cavallo appare di continuo al servizio di Dio, soprattutto in Zaccaria (Zc 1, 8s; 6, 1-8;). In 2Mac 3, 25 cinque splendidi uomini appaiono dal cielo su cavalli dalle briglie d'oro ed iniziano a lottare contro i nemici di Dio guidando gli ebrei.

Nell'Apocalisse appaiono 4 cavalli di vari colori con vari terribili incarichi, forse eccetto il primo tutto bianco il cui cavalieri combatte contro l'ingiustizia.

Nel Medioevo anche il papa cavalcava in certe circostanze un cavallo bianco bardato di rosso e oro “a simboleggiare la sua lotta contro il peccato”.

La lancia ha assunto nel corso dei secoli una smisurata importanza in quanto riferita alla lancia che colpì il costato di Cristo in croce.

La Lancia Sacra è oggi custodita nella Schatzkammer dell’Hofburg di Vienna, con il numero di inventario XIII 19. Quella che si presenta ai visitatori è la parte superiore di una lancia alata di 50,7 cm. L’asta, originariamente in legno, è andata perduta. Sulla lama è applicata una sezione a forma ovale, lunga 24 cm e larga nel punto massimo 1,5 cm, in cui è inserito un sottile pezzo di ferro (la cd. spina) ornamentale, mancante della parte inferiore. La spina è, secondo la tradizione, un chiodo della croce di Cristo e, anche se la leggenda stessa è stata più volte criticata, segni di alcune ageminature a forma di croce sulla parte inferiore della lama potrebbero indicare l’inserimento di particelle di chiodi.

La lama è rotta. Ma doveva esserlo già prima dell’anno 1000, perché nella copia fatta realizzare da Ottone III ed ora a Cracovia, è stata inserita anche una riproduzione della spina. Il punto di rottura è stato rivestito da una triplice fasciatura, in ferro, poi argento e infine oro. Sulla banda d’argento si legge la seguente iscrizione latina, fatta incidere da Enrico IV tra il 1084 e il 1105:


« CLAVVUS + HEINRICVS D(EI) GR(ATI)A TERCIVS ROMANO(RUM) IMPERATOR AVG(USTUS) HOC ARGENTUM IVSSIT FABRICARI AD CONFIRMATIONE(M) CLAVI LANCEE SANCTI MAVRICII + SANCTVS MAVRICIVS  »



La banda d’oro, invece, realizzata per conto di Carlo IV, ha la seguente iscrizione:


« +LANCEA ET CLAVUS DOMINI 

La lancia sacra venne dunque presto identificata, in ambiente cristiano e romano, come la lancia del legionario che trafisse il corpo di Cristo per accertarsi della morte. Non è però questa l’unica lancia sacra che venne assimilata a quella di Longino.

Le cronache della Prima crociata ci parlano infatti di una "lancia sacra di Antiochia": già l’apostolo Giuda Taddeo dal Golgota avrebbe portato con sé in Armenia la lancia di Longino, che avrebbe lasciato nel monastero di Geghard (40 chilometri a sud ovest di Yerevan) da lui fondato (ma in realtà del IV secolo). Nel 1250 il monastero prese infatti il nome di Geghardavank ("Monastero della Sacra Lancia"), ed ancora oggi si chiama così.

Anche san Luigi IX, che durante le Crociate portò con sé molte reliquie, identificò una di queste con la lancia di Longino. E ancora, nel 1492 il sultano Bajazeth regalò a papa Innocenzo VIII parte di una Lancia che qualificò espressamente come lancia di Longino, conquistata, si disse, a Costantinopoli nel 1453.

Quest’ultima venne identificata con la parte inferiore della reliquia di Luigi IX. Se questa “lancia papale” è oggi ancora custodita a San Pietro in Vaticano, la lancia di San Luigi, conservata nella Sainte-Chapelle, andò distrutta durante la Rivoluzione francese”.

Capitolo 2



IL DRAGO



La leggenda della lotta con il mostro è uno dei temi agiografici più noti nella devozione popolare a S. Giorgio e costituisce l'ispirazione primaria per le arti figurative. Nata in Oriente nel secolo XI e, secondo le affermazioni dei cronisti della I crociata, più precisamente nel 1098 quando tre santi guerrieri Giorgio, Demetrio e Mercurio vennero in visibile soccorso ai crociati nell'occupazione di Antiochia mentre alle loro spalle stava per sopraggiungere un agguerrito esercito turco.

L'episodio venne raccolto e diffuso da Jacopo da Varazze nella Legenda aurea e da Jacopo Stefaneschi nella Narratio de dracone ed de daemone con uno schema attraversò l'intera Europa.

Originario della Cappadocia, il tribuno Giorgio giunse un giorno a Silena, città della Libia, terrorizzata da un enorme drago che, nascosto in una palude, avvelenava con il suo fiato tutti coloro che osavano avvicinarsi. Per placarne il furore omicida, ogni giorni gli venivano offerte in pasto due pecore, poi, data la mancanza di ovini, una pecora e una persona estratta a sorte senza eccezione alcuna. Caduta la scelta sopra l'unica giovane figlia del re, nonostante i suoi pianti, il suo rifiuto e le suppliche, i notabili non ammisero eccezioni e l'avviarono verso le fauci spalancate del drago.

Ma proprio in quel momento passa S. Giorgio a cavallo armato di lancia appuntita e, commosso dalla bellezza straordinaria della ragazza, affronta il mostro ferendolo mortalmente, poi lo lega con le corde della principessa, lo trascina in città, lo uccide esigendo però in cambio la conversione alla fede cristiana della famiglia reale assieme ai sudditi.

Dopo aver assistito al battesimo di 20.000 uomini senza contare le donne e i bambini, Giorgio istruisce il re su quattro punti: aver cura delle chiese, rispettare i sacerdoti, ascoltare la recita dell'officio divino, essere generoso con i poveri. Quindi, rifiutata ogni donazione, risale sul suo cavallo bianco alla ricerca di altri luoghi o persone da risanare.

Il nucleo del suddetto racconto si ritrova pure nella Leggenda di S. Teodoro soldato e martire veneratissimo in Oriente. Giovane di bellissimo aspetto, cavalcando con dignità un bianco cavallo, incrocia un drago-demone il cui sibilo fa tremare uomini e bestie forzatamente attirate nelle sue ingorde fauci. Cerca di fermarlo una piissima donna di nome Eusebia gettandosi tra le zampe del cavallo, ma l'intrepido Teodosio, elevata una supplice preghiera all'onnipotenza divina, estrae la spada e si lancia contro il mostro troncandogli con un sol colpo la testa irta di corni. Esterrefatti gli abitanti della zona si convertono al Dio del cavaliere, appiccando poi il fuoco ad un grande falò sul quale scaraventano le divinità in legno e metallo precedentemente adorate.

A quale retroterra si rifanno questi racconti? . Nella mitologia pagana si favoleggiava di vari eroi, come Ercole, che avevano liberato l'umanità da mostri spaventosi.

Ma già nel IV secolo circolavano sia un'immagine di Costantino il Grande con il capo munito del nimbo crucigero o dall'elmo sormontato dalla croce in atto di calpestare il serpente sia emissioni monetali auree dei suoi successori aventi sul verso gli imperatori cristiani a piedi o a cavallo calpestanti il dragone e sul recto uno scudo con la raffigurazione di un cavaliere che saetta il drago. In questo mostro lo storico Eusebio di Cesarea espressamente incarna la trafittura del paganesimo o l'olimpo degli dei pagani, mentre altri vi vedono l'infernale persecutore Diocleziano destinato alla dannazione eterna

Ma la fonte emblematica rimane il dragone dell'Apocalisse chiamato diavolo e satana, che nella lotta con l'arcangelo Michele viene sconfitto e scagliato sulla terra, dove continua sino alla fine dei tempi la sua opera di opposizione contro Dio e di seduzione contro i credenti.

Ancora nell'Apocalisse appare un segno grandioso nel cielo: una donna vestita di sole grida per le doglie del parto e le angosce nel dare alla luce. Ed ecco un dragone dal colore del fuoco con sette teste e dieci corna e sette diademi sulle teste si pose davanti alla donna che stava per dare alla luce per divorare il figlio appena fosse nato. Essa partorì un figlio maschio, destinato a pascere tutte le nazioni con scettro di ferro e subito fu rapito verso Dio e verso il suo trono, mentre la donna fuggì nel deserto.

Si tratta dello stesso drago vinto da S. Michele, il cui culto era in altissima considerazione nel santuario di S. Michele al Gargano ad opera dei Normanni vincitori dei musulmani nella conquista della Sicilia portata a termine nella battaglia di Cerami del 1063; nel mezzo del combattimento l'arcangelo era intervenuto di persona facendo grande strage degli infedeli.

Il normanno Boemondo di Taranto, partito per I crociata, quando arrivò in Oriente, venne a conoscenza di S. Giorgio soldato di Cristo e lo incarnò in un modello iconografico del tutto simile all'arcangelo Michele, per cui avvenne la sovrapposizione dei due guerrieri impegnati nella lotta contro il mostro infernale, identificato nelle armate musulmane.

Dopo l'anno mille avvenne in Europa un rifiorire graduale dei commerci, dell'agricoltura, dell'edilizia, insomma un rifiorire della vita resa possibile da un forte incremento demografico. Ma solo il primogenito ereditava il patrimonio paterno per cui i figli cadetti erano avviati alle scuole militari, disciplinate da interventi significativi dell'autorità ecclesiastica.

Il soldato a piedi, a somiglianza del milite Giorgio, doveva finalizzare il valore e il coraggio a servizio della fede cristiana, a difesa della Chiesa e per combattere ogni umana ingiustizia perpetrata contro i deboli e gli inermi.

Il cavaliere con la solenne cerimonia dell'investitura, prendendo ad esempio il cavaliere Giorgio, offriva la propria esistenza per il compimento di nobili imprese contro i nemici del cristianesimo. In tal modo avveniva la santificazione della violenza in guerra, la sacralizzazione del proprio ruolo nella società, l'accesso sicuro alla gloria del Paradiso.

In tale contesto nascevano i vari ordini cavallereschi per la conquista e la difesa dei luoghi della Terra Santa, purificati dalle benedizioni papali con annesse indulgenze e quindi sempre pronti alle battaglie al grido: Dio lo vuole.

Alla testa degli eserciti cristiani brillavano alte le insegne dell'arcangelo Michele e del megalomartire S. Giorgio.


Simbologia


Il drago è l’animale leggendario che ha caratteristiche appartenenti al serpente, al leone, al coccodrillo. Nonostante la sua origine fantastica, è profondamente radicato nella psiche collettiva, e per questa ragione compare di frequente nei sogni dell’uomo moderno e civilizzato.

Protagonista di fiabe e racconti diffusi in tutte le culture fin dall’antichità, rappresenta le forze oscure e demoniache da combattere e da vincere.

In Cina Infine, elemento importante per il nostro approccio: diversamente da quanto accadeva nell'occidente medievale, in cui rappresentava l'incarnazione del male e delle forze maligne, al contrario, in Cina, il drago è una creature benefica e di buon augurio. Annunciava la pioggia e distribuiva fertilità. Aveva il potere della metamorfosi, il dono di rendersi, a piacimento, visibile o invisibile, e le sue apparizioni in cielo - sempre folgoranti - erano accolte come presagi di messi abbondanti, garanzie di future ricchezze. Si riteneva che i draghi potessero nascondersi e annidarsi ovunque, nei cieli, in acqua, sulla terra e sottoterra.


D'altronde, negli ultimi secoli, il drago venne anche associato al potere imperiale: divenne “l’animale emblematico dell'imperatore", detto "Figlio del Cielo", ma anche "Volto di Drago". In questo caso il nostro animale soprannaturale simboleggiava la funzione, che spettava all'imperatore, di assicurare i ritmi stagionali e lo scorrere armonioso della vita. L'Imperatore era garante dell'ordine e della prosperità dell'universo.

Al collo dei draghi era spesso rappresentata una perla appesa, che ricordava il fulgore e la perfezione delle parole dell'imperatore, la precisione del suo pensiero e l'assennatezza degli ordini del sovrano. "Non si discute la perla del drago" soleva ripetere lo stesso Mao Zedong!

Così, in Cina, nonostante il suo aspetto fantastico, il drago non ha mai assunto quelle caratteristiche paurose e bellicose che gli conferirono i nostri artisti, opponendolo a San Giorgio o a San Michele, per esempio. A1 contrario, in Cina lo vediamo spesso bonario, che gioca con un compagno a rincorrere una perla infiammata, il "rubino magico", una specie di pallina irta di una voluta, che si diceva producesse lampi e tuoni.

Padroni della Pioggia, manifestazioni delle forze celesti, si credeva che i draghi lasciassero i propri rifugi terrestri (come l'alligatore!) o le profondità degli oceani, in aprile, per salire in cielo e da lì far cadere la pioggia tra i lampi e il fragore del tuono. Così annunciavano il risveglio della natura e delle sue energie. Poi, all'equinozio d'autunno, ridiscendevano sulla terra, sotto terra e negli abissi oscuri dei mari


Nell'iconografia cristiana il drago rappresenta Satana, il diavolo, spesso rappresentato sconfitto da santi e cavalieri. Rabano Mauro: «il drago è il diavolo, è Satana, e draghi sono i suoi adepti». Isidoro di Siviglia: «è il piú grande di tutti gli animali; è una bestia sotterranea ed aerea che ama lasciare le caverne in cui si nasconde per volare nell’aria; la sua forza risiede non nella bocca o nei denti ma nella coda con cui può stritolare il suo avversario per eccellenza, l’elefante».

Rufillo vescovo di Forlimpopoli e San Mercuriale vescovo di Forlì (V° secolo) furono impegnati con la bestia malvagia.

Tra Forlimpopoli e Forlì si annidava un drago che col fiato ammorbava l'aria e provocava la morte delle persone. I vescovi Ruffillo e Mercuriale si recarono alla tana del drago gli strinsero attorno alla gola le loro stole e lo gettarono in un profondo pozzo, chiudendone l'imboccatura con un memoriale

San Bernardino Tolentino, vescovo di Lodi, uccise il drago Tarantasio del lago Gerundo. Lo scheletro fu conservato nella chiesa di S. Cristoforo a Lodi fino al 1700 e una costola nel Santuario Nativitá della Beata Vergine di Sombreno.

San Petroc abate (VI° secolo) in Cornovaglia ammansì un drago e ordinò per lui un medicamento ad un occhio.

San Bernardo uccise il drago Pen. Dal nome del drago: le Alpi Pennine

San Marone martire salvò la figlia del re di Urbisaglia da un drago sarebbe emerso dal mare per mangiarsela alla foce del Chienti.

San Leucio di Brindisi vescovo in Atessa avrebbe ucciso un drago che terrorizzava la popolazione e donato a loro la costola.

San Donato di Arezzo vescovo e martire (362) ha ucciso un drago devatatore.

Sant' Armagilo abate in Bretagna (VI° secolo) sconfisse un drago portandolo sul Monte Saint-Armel ed intimandogli di gettarsi nel fiume sottostante.

Sant' Ipazio di Gangra vescovo e martire (345 ca.) uccise un drago dall’ingresso del tesoro dell’imperatore Costanzo II figlio di Costantino il Grande.

Questi vari richiami dicono che sorse e si sviluppò una straordinaria produzione iconografia che ne fa l'eroe di ogni tempo e di tante nazioni, dalle persecuzioni del IV secolo alla nascita della cavalleria, dalle crociate alla lotta contro l'Islam in Spagna e nei Balcani fino alla battaglia di Vienna. Da Lydda il suo influsso raggiunse le terre iberiche con la reconquista, attraversò il Mediterraneo fino alla battaglia di Lepanto, diede gloria alla corte d'Inghilterra, era il protettore dei principi catalano-aragonesi-castigliani e fu onorato in Grecia, nel Caucaso, in Armenia.

Nei combattimenti contro i mori d'Andalusia compare un cavaliere con cappa bianca recante croce vermiglia, combatte tra le truppe cristiane, quindi si leva l'elmo, scaglia la sua lancia al cielo e scompare.

Lo stesso sostegno viene dato all'esercito normanno nella vittoriosa battaglia di Troina presso il fiume Cerami nel 1063 per la totale conquista della Sicilia musulmana.

Particolarmente adottato dai cavalieri normanni il suo culto trovò larga diffusione nell'Italia Meridionale essendo il santo più attestato in termini numerici (da Capua a Trani a Monreale tanto per fare qualche esempio)

Dovunque brandisce la spada o lancia contro il male, impersonato in entità demoniache, da schiere di nemici, dalle eresie medievali o dalle energie negative del cosmo, e reso iconograficamente da un serpente o da altro animale mostruoso. In tal senso la sua figura viene accostata e sovente identificata con l'arcangelo S. Michele attivo nell'Apocalisse e in tanti racconti apocrifi.


Capitolo 3



LA PASSIO DI SAN GIORGIO



Regna incertezza sul luogo della sua decapitazione. Per molti venne decapitato nel 303 probabilmente sotto Daciano, imperatore dei persiani, mentre per altri durante la persecuzione di Diocleziano, poi il silenzio avvolgerà le vicende del martire fino al 530 quando il diacono Teodosio Peringeneta non parlerà della sua tomba a Lydda, oggi Lod). Erano i tempi del grande imperatore Giustiniano (527-565) e l'agiografia stava portando alla ribalta figure significative del passato.

Per la vita di S. Giorgio oggi è possibile accedere a ben 28 redazioni diverse tutte anonime che si rifanno però ad un nucleo rimasto sostanzialmente immutato, che venne però ampliandosi con l'andar dei secoli.

La biografia inizia celebrando la nobiltà di nascita, la carica di tribuno sotto Diocleziano, che emette un editto che impone a tutti di abiurare dal cristianesimo pena la condanna a morte. Ma il tribuno si professa cristiano, distribuisce i suoi averi ai poveri, non cede di fronte agli insulti e alle minacce, allora viene colpito dalla punta di una lancia, legato alla ruota della tortura, scaraventato in un pozzo profondo di calce viva, costretto ad indossare calzari con chiodi di ferro, battuto con fruste di nerbi di bue.

Si fa poi avanti il consigliere imperiale Magenzio (Massenzio o Massimiano) e gli chiede di dare una prova convincente dell'esistenza di Gesù Cristo, e Giorgio risuscita un morto, il quale subito afferma di essere vissuto da pagano e condannato perciò al fuoco dell'inferno. Quindi richiama in vita anche un bue e il suo padrone Glicerio per riconoscenza si converte e si fa battezzare.

Segue l'abbattimento degli idoli e la moltiplicazione delle torture fino alla decapitazione con relativa morte e risurrezione. La conversione del pagano Magenzio e la guarigione miracolosa del figlio paralitico, cieco, sordo e muto di una vedova, spinge l'imperatore a richiamare Giorgio sfidandolo a dimostrare che il suo Dio è più potente di Apollo. La statua di Apollo si trasforma in un demonio dall'aspetto ripugnante e confessa di essere il seduttore di tutti i pagani e subito viene precipitato dal Santo nell'abisso infernale assieme a tutti gli altri idoli del tempio. Dopo tale prodigio viene immerso nella pece bollente, ma un angelo spegne il fuoco e allora l'imperatrice Alessandra si converte al cristianesimo, ma viene condannata a morte mentre la rugiada scendendo visibilmente dal cielo sotto forma di nube la battezza.

Sfidato dal giovane imperatore Decio risuscita una moltitudine di persone dalle loro tombe e una confessa di aver posto tutta la fiducia in Apollo e per questo è stata condannata a continui tormenti in un antro avvolto dall'oscurità e adesso vuole il battesimo per non ritornare in mezzo alle sofferenze.

Giorgio si raccoglie e dapprima comanda alle sedie di produrre frutti maturi e poi fa sgorgare dalla terra una fontana di acqua fresca e, richiamate in vita 3535 persone morte prive del battesimo, amministrato il sacramento le vede volare al cielo. Di fronte a tale prodigio Decio si rode di rabbia e con gesti imperiosi ordina la decapitazione del tribuno, proprio mentre dal cielo si fa sentire una voce angelica che canta: “Vieni, benedetto guerriero, a te sono aperte le porte del cielo”. Ma subito dopo da un cielo rovente proviene un fuoco che fa incenerire i sacerdoti pagani distruggendo il loro tempio e e travolgendo lo stesso governatore re di aver fatto decapitare il profeta, titolo datogli dall'agiografia islamica.

Pasicrate, il fedelissimo servitore di Giorgio, redige la cronaca della passio e la sottoscrive con giuramento mentre tutto il popolo in lacrime fa professione della vera fede. Le torture sembrano durate sette anni, notando che il 7 dice lunghezza non calcolabile,per cui alcuni testi parlano che Giorgio fu risuscitato sette volte.

Quale finalità si propone una narrazione farcita di elementi romanzati e del tutto metastorici? . Si evince subito la funzione antipagana del racconto, ma anche l'uso del meraviglioso per attirare l'attenzione della gente e rendere popolare il culto del Santo, presentato come difensore affascinante della fede, avallato da prodigiosi miracoli.

Aperta è la discussione sulle reliquie di cui varie nazioni vantano il possesso.

Nel Medioevo la venerazione delle reliquie aveva assunto un'importanza incredibile al punto che “più di un santo ebbe a moltiplicarsi in tutto o in parte per soddisfare le richieste di cappelle nobiliari, conventi e santuari.

Furono ben 30 i corpi attribuiti a S. Giorgio (Graf A., Miti, leggende e superstizioni del Medioevo, Milano 2002, pp. 315n.).

Una è conservata nella cappella reale di Barcellona, a Valenza un reliquiario contiene un osso della mano destra; il braccio sinistro nel XV secolo è segnalato a Venezia nel monastero intitolato al megalomartire nel quale sono custodite pure la testa e una mano del santo.

Gli scrittori copti sostengono che i resti del suo corpo vennero trasferiti in Egitto e posti nella chiesa a lui dedicata nella Cairo vecchia.

A Nicosia è conservato il ferro della lancia con la quale aveva ucciso il drago. A Betlemme si veneravano la catena taumaturgica alla quale fu legato e pure la roccia con sopra impresse le impronte del cavallo.

A Lydda sulla pietra sulla quale venne decapitato venivano posti i malati di mente e di nervi e poi i bambini epilettici.

A Roma nella chiesa del Velabro venne traslato il cranio del Santo ad opera di papa Zaccaria.

Al di là della loro autenticità queste presenti reliquie rappresentano il segno tangibile dell'esistenza e del culto del martire.

In quanto simbolo vincente del male Giorgio riprende figure eroiche dell'antichità classica come Ercole e Perseo.

Nel lago di Lerna viveva un grosso drago con nove teste di cui una immortale: soffiando miasmi pestilenziali e divorando uomini e greggi rendeva inabitabile la zona. Ercole l'affrontò impugnando la spada. Ma con grande stupore vide che a ogni testa tagliata ne ricrescevano immediatamente due. Allora ricorse al fuoco: con tronchi infuocati bruciò tutte le teste del drago. Ne rimaneva una, quella immortale: la tagliò netta con un colpo di spada e la seppellì sotto un macigno.

La più impegnativa fatica per Ercole consistette nell'entrare nel regno dei morti per catturare Cerbero, un mostro metà cane e metà drago, con tre teste. Arrivato nel mondo sotterraneo, l'eroe si fece ricevere da Ades, il dio degli inferi, il quale gli diede il permesso di portare con sè Cerbero purchè riuscisse a domarlo senza armi. Ercole incatenò il mostro e lo portò a Tirinto, dopo di che la ricondusse di nuovo nell'inferno. La lunga storia di Ercole finisce nell'Olimpo, dove egli visse con gli immortali.

La storia di Andromeda è molto più commovente. Venne incatenata a una costa rocciosa per espiare le colpe della madre invidiosa e destinata ad essere divorata da un mostro marino. Secondo la leggenda questo evento si verificò sulle coste del Mediterraneo, a Joppa (Giaffa), la moderna Tel Aviv. Mentre Andromeda se ne stava incatenata alla rupe battuta dalle onde, pallida di terrore e in lacrime per la fine imminente, l'eroe Perseo, fresco dell'impresa della decapitazione di Medusa la Gorgone, capitò da quelle parti. Il suo cuore fu rapito alla vista di quella fragile bellezza in preda all'angoscia. In un primo momento scambiò Andromeda per una statua di marmo. Ma il vento che le scompigliava i capelli e le calde lacrime che le scorrevano sulle guance gli rivelarono la sua natura umana. Perseo le chiese come si chiamava e perché era incatenata lì. Andromeda, completamente diversa dalla sua vanitosa madre, in un primo momento, per timidezza, neanche gli rispose; anche se l'attendeva una morte orribile fra le fauci bavose del mostro, avrebbe preferito, per modestia, nascondere il viso tra le mani se non le avesse avute incatenate a quella roccia.

Perseo continuò a interrogarla. Alla fine, per timore che il suo silenzio potesse essere interpretato come ammissione di colpevolezza, gli raccontò la sua storia, che interruppe improvvisamente, lanciando un urlo di terrore alla vista del mostro che, avanzando fra le onde, muoveva verso di lei. Perseo si lanciò contro il mostro, lo uccise con la sua spada, liberò l'estasiata Andromeda fra gli applausi degli astanti e la fece sua sposa.

Come si nota già esistevano racconti mitologici di eroi vincitori di mostri nemici del genere umano. Ma il Santo che debella il male richiama la figura del Figlio di Dio che redime l'umanità dal sommo male.

Per questo Giorgio fu eletto protettore di città e nazioni e la venerazione popolare gli dedicò innumerevoli chiese, monasteri, e la sua figura venne riprodotta dai pittori in migliaia di esemplari.

Venezia ebbe un rapporto del tutto particolare con il Santo. I santi militari Teodoro e Giorgio furono i primi protettori di Venezia: ne rendono testimonianza la colonna di S. Todaro in piazzetta S. Marco rivolta verso l'isola di S. Giorgio.

La popolarità accrebbe fortemente con la diffusione della leggenda del pescatore risalente agli inizi del XIV secolo, dove si narra che tre giovani (Marco, Giorgio e Nicolò) dissolvano all'imboccatura del porto di Lido il maremoto dei maligni che vogliono distruggere la città.

Paris Bordon, Palma il Vecchio, Carpaccio, Mantegna, Cosmè Tura seguiti da squadre di orefici e miniatori tramandarono le gesta del Santo, mentre anche sui palazzi non è raro il caso di osservare i bassorilievi con l'uccione del mostro.

La confraternita dei greci ortodossi veneziani contribuì moltissimo alla diffusione del culto dell'intrepido cavaliere in lotta contro il maligno non solo al Nord ma pure in Calabria.

Allora Giorgio venne onorato dalla Sicilia al Nord Europa, in Etiopia ed in Russia (emblematiche sono le icone della scuola di Novgorod), fu scelto come protettore di Genova, dell'Inghilterra, del Portogallo, della Catalogna, e tante altre città, come Roma, Barcellona, Costantinopoli, nella Svizzera e in Germania e Francia.

Le prime testimonianze figurative lo mostrano in piedi con la spada, la corazza e lo stendardo crociato, mentre in battaglia e contro i mostri è sempre a cavallo. Nel XIII secolo la statua è presente nel portale sud del transetto della cattedrale sulla torre della cattedrale di Friburgo. Nel XV secolo si interessano del santo Donatello con la statua a Firenze e il dipinto del Mantegna alle Gallerie dell'Accademia di Venezia. Se Altichiero affresca la cappella di S. Giorgio nella chiesa del Santo a Padova, Vittor Carpaccio lavora alla Scuola degli Schiavoni a Venezia. Pisanello si impegna nell'affresco con l'episodio dell'incontro tra il santo la principessa prima della battaglia contro il drago sulle pareti della chiesa di Sant'Anastasia a Verona, mentre Paolo Uccello ne ritrae il combattimento ora alla National Gallery di Londra.

Spesso il santo compare poi in sacre conversazioni, fra cui quella dipinta da Paolo Veronese per S. Giorgio Maggiore a Venezia oggi al Louvre. Ai nostri giorni Vasilij kandiskij riprende più volte il soggetto.

Protettore di armieri, arcieri, cavalieri, e persino dei contadini grazie ad un gioco di parole sulla forma greca del suo nome. Anche malati di lebbra, di peste, malattie della pelle o veneree invocavano la sua intercessione.

In fondo poco importa dove il Santo sia nato e abbia sofferto il martirio, non importa se il dragone ucciso sia un animale reale o un frutto della fantasia di uomini guerrieri, ciò che conviene sottolineare è la completa fiducia e devozione di pellegrini e crociati in colui che era in grado di compiere prodigi nei momenti difficili personali, nella lotta contro il male e nelle imprese per la difesa dei valori cristiani.

Colui che compare a Gerusalemme durante la prima crociata in veste bianca e spada sfavillante non lotta contro un simbolico dragone ma contro gli avversari della Croce per ripiantare il vessillo di Cristo nei luoghi da lui percorsi.

Così nelle terre iberiche a ridosso dei Pireni, da cui partì la reconquista, due sono gli eroi che il popolo considerò matamoros, Santiago di Compostela e Giorgio il cappadoce invocati per ridonare i valori cristiani ad una gente segnata dal Vangelo fin dal V secolo.



APPENDICE


IL CULTO DI SAN GIORGIO IN ISTRIA


La fonte per la conoscenza del culto del Santo in Istria è certamente il bel saggio Istria – duecento campanili storici di Daniela Milotti Bertoni, Bruno Facchin editore, Trieste 1997.

Si inizia con Bersezio villaggio a 153 m.s.l.m. la cui chiesa addossata alle mura tradisce le finalità di un complesso di difesa.

A Bogliuno la parrocchiale ad una sola navata sui tre altari lignei conserva molte statue fra cui S. Giorgio che uccide il drago e la Madonna con il Bambino e Sant'Antonio.

A Fianona si può ammirare il borgo antico, la chiesa di San Giorgio e quella della Beata Vergine.

Laurana presenta la chiesa di San Giorgio con affreschi di pittori locali.

Paugnano presenta finestre e vetri colorati della facciata sud, mentre sul maestoso campanile è affisso un rilievo in calcare rappresentante S. Giorgio che abbatte il drago.

A Pisinvecchio l'edificio si presenta ad una sola navata più volte resaurata.

A Portole la chiesa venne costruita da un maestro della Carniola nel 1526 sostenuta da costoloni gotici che racchiudono cinque altari con pitture e sculture di santi.

Da notare la chiesa cimiteriale di S. Giorgio vicino a Piemonte ad aula unica con tre absidi.

A Rosariol intorno alla pittoresca chiesa di S. Giorgio rimangono ancora i resti delle mura del tabor costruito al tempo delle invasioni turche. Tutti gli altari sono lignei e policromi.

Rovigno intorno al 950 si impegna in un maestoso edificio dedicato ai Ss. Giorgio ed Eufemia per accogliervi il sarcofago con la preziosa reliquia della santa. Sall'altar maggiore troneggiano tre statue: S. Giorgio, S. Rocco, S. Marco.

A Sovignacco S. Giorgio, ad una sola navata con due altari, presenta una pala con S. Pietro e S. Giorgio e una statua della Madonna con Bambino.

A Stridone la chiesa del Santo romanica a due navate ha l'altar maggior in marmo con la pala del titolare Giorgio.

Tribano venera S. Giorgio con un edificio a navata unica e l'altar maggiore in marmo.

Sul colle che domina Pirano il maestoso edificio, più volte riparato, venne consacrato solennemente nel 1344 per commemorare la visione di S. Giorgio che, secondo la tradizione, sarebbe avvenuta l'anno precedente. Tra i dipinti va ricordato Il miracolo di S. Giorgio con la veduta di Pirano realizzato nel 1706 da Angelo de Coster. Sopra le entrate laterali due gruppi scultorei: S. Nicola in trono e il famosissimo S. Giorgio che annienta il drago. 


Anche nel vicino Friuli numerose sono le chiese dedicate al Santo e durante gli scavi effettuati nella località di venne rinvenuta una pietra sopra la quale venivano posti i bambini morti senza il battesimo, e mentre un parente li scuoteva più volte, veniva loro amministrato il sacramento quasi avessero ripreso vita, a somiglianza di quanto avveniva in Oriente.

INDICE


Capitolo 1

L'archeologia e il culto di San Giorgio


Capitolo 2

Il drago


Capitolo 3

La Passio di San Giorgio


Appendice

Il culto di San Giorgio nelle terre istriane

 
LE SETTE PIAGHE DELLA CHIESA PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
sabato 22 febbraio 2014
 

LE SETTE PIAGHE RECENSIONE




Forse se lo sentiva don Vincenzo Mercante che stava per arrivare un Papa riformatore o forse ha colto il disagio di molti credenti, fatto sta che nel suo ultimo libro “Le 7 piaghe della Chiesa e Giovanni Paolo II” (edizioni “Il Murice”, 150 pagine, 12 euro) egli affronta il delicatissimo tema delle “colpe della cristianità”. E lo fa riandando alle coraggiose denunce di Giovanni Paolo II. Il papa polacco infatti utilizzò, nell’arco del suo pontificato, oltre cento espressioni di condanna per quanto commesso dai suoi predecessori e dalle gerarchie ecclesiastiche nei confronti di personaggi come Galileo, Giordano Bruno, Jan Hus (condannato al rogo dal Concilio di Costanza del 1415), i diecimila ugonotti massacrati nella notte di San Bartolomeo del 1572 a Parigi, e bollò l’Inquisizione come “una macchia grave” per la Chiesa.

Papa Wojtyla, secondo Mercante, aveva un “anelito al perdono”, a chiedere perdono, senza temere di riesaminare vicende storiche anche antiche: dalle crociate alle stragi degli indios nelle Americhe, dalla tratta dei negri all’antisemitismo.

Le colpe della cristianità sono tante e Mercante le ripercorre in questo suo libro senza fare sconti. Il filo rosso è l’atteggiamento di Giovanni Paolo II che non ebbe esitazioni ad affermare a Parigi il 23 agosto 1997: “Oggi io, Papa della Chiesa di Roma, a nome di tutti i cattolici, chiedo perdono dei torti inflitti ai non cattolici nel corso della storia tribolata di queste genti; e al tempo stesso assicuro il perdono della Chiesa cattolica per quello che di male hanno patto i suoi figli”.

Le forti richieste di perdono di Papa Wojtyla non furono accettate dai vescovi più conservatori e in un documento, redatto sotto la guida dell’allora cardinale Ratzunger, vengono disseminate “paroline per annacquare l’ardore del suo gesto”. “Le violenze – è scritto – sono avvenute talora, gli antisemiti sono stati non pochi, l’odio cristiano è esploso a volte”. Insomma piccoli accorgimenti per attutire lo shock del mea culpa perché per molti cattolici di antico stampo è difficile ammettere che la Chiesa non abbia “sempre avuto ragione”.

In questo volume Mercante continua la sua attività di onesto divulgatore della fede cattolica, che vanta oltre una trentina di pubblicazioni. In esse grande spazio è riservato all’ebraismo (cito soltanto il significativo “Il dolore bimillenario – antigiudaismo e antisemitismo nell’antichità e nel medioevo” edizioni Il Segno Udine, 2005) e all’Islam, ma anche a personaggi triestini, come monsignor Andrej Karlin, vescovo di Trieste di origine slovena che dovette dimettersi nel 1919 dopo un’aggressione da parte degli irredentisti.

Ho detto un onesto divulgatore perché Mercante rifugge dall’agiografia, dall’apologia, fa testimonianza di fede ma non tace i problemi, rifiuta il manzoniano “sopire, troncare”, desidera cercare la verità. E lo fa anche sulle questioni più recenti che affliggono la Chiesa come la pedofilia, in merito alla quale riporta le indicazioni fornite dalla Congregazione per la dottrina della fede e, ancora una volta, le chiare parole di Giovanni Paolo II: “Non c’è posto nel sacerdozio e nella vita religiosa per chi potrebbe far male ai giovani”.

E affronta l’antico, perverso rapporto tra trono e altare, e quello altrettanto grave con i potentati economici che rendono la Chiesa naturalmente “conservatrice”. “Affrontare questo problema – scrive in conclusione Mercante – significa avviare un serio riesame degli aspetti esteriori ecclesiastici. Infatti, pur essendo vero che la fede risiede nella vita interiore dei credenti, è anche palese che viene comunicata nella forma visibile con cui si manifesta al mondo, avendo sempre come specchio i gesti e le parole del Fondatore”.

Una sintonia con Papa Francesco che però non deve stupire perché è evidente che un’esigenza di purificazione e di rinnovamento si avverte fortemente all’interno della Chiesa e l’ex parroco di Santa Rita con questo libro dà una mano.


Pierluigi Sabatti

 
MARIA CRISTINA DI SAVOIA PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
sabato 22 febbraio 2014
 

LA BEATA MARIA CRISTINA DI SAVOIA



Maria Cristina Carlotta Giuseppa Gaetana Efisia di Savoia (Cagliari, 14 novembre 1812 – Napoli, 31 gennaio 1836) fu principessa del regno di Sardegna per nascita e regina di Napoli e delle Due Sicilie per matrimonio.

Da duecento anni si parla della Venerabile Maria Cristina di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele I (1759-1824) e di Maria Teresa d’Asburgo Lorena (1773-1832), perché il suo ricordo è ancora molto vivo, testimonianza di un profondo legame che esiste fra lei e i discendenti dei Borbone e dei Savoia.

Ventiquattro anni appena di vita e tre anni di regno sono stati sufficienti per lasciare un’impronta indelebile nella storia.

Nacque il 14 novembre 1812 a Cagliari, dove Casa Savoia si trovava in esilio, essendo il Piemonte occupato dalle forze napoleoniche. Subito venne consacrata a Maria Santissima.

Intanto Vittorio Emanuele I abdica nel 1821 in favore del fratello Carlo Felice, mentre la reggenza è data a Carlo Alberto, che salirà al trono nel 1831.


Quattro città un solo sentimento


Causa le vicende politiche alquanto tempestose trascorre la giovinezza a Nizza, a Modena, a Genova e Moncalieri. Trasferimenti alquanto disagiati, seppure principeschi sempre motivati da un martellante ritornello della madre: “Come Dio vuole, figlia mia. Avverrà secondo la sua volontà. Lui sa quello che fa”.

Del resto la regina madre Teresa d'Asburgo era stata educata secondo rigidi principi ecclesiastici dai Gesuiti di Vienna, che però bene si accostavano alla severa educazione delle donne dei Savoia.

Non dimentichiamo che Casa Savoia annovera varie donne salite o degne di salire all'onore degli altari.

Nel 1825 decise di recarsi a Roma per l’apertura dell’Anno Santo: la solennità delle sacre funzioni, la visita alle numerose chiese, ai tanti monasteri e alle catacombe fecero accrescere d’intensità la fede di Maria Cristina aprendo il suo animo alle necessità degli emarginati dalla società.

Per volere di Re Carlo Alberto dovette rientrare Torino, sottoposta immediatamente a pressioni matrimoniali che turbarono e lacerarono il suo spirito. L'ardente desiderio di divenire monaca di clausura si scontrò con l'imposizione del re e della regina Maria Teresa di Toscana che la volevano sposa di Ferdinando II di Napoli.

Si rinchiuse più giorni in se stessa, rifiutò qualsiasi contatto con personalità di corte, pregò e digiunò rimanendo salda nella sua decisione fino al giorno in cui bussò alla sua stanza il suo direttore spirituale, l’olivetano Giovan Battista Terzi: “Rinuncia ai tuoi propositi, ascolta la voce di Dio che ti parla attraverso le parole de tuo Re”.

Obbedì, anche se nella Sacra Scrittura mai Dio aveva agito contro la volontà dei suoi profeti, mai aveva imposto con la violenza i suoi piani.

Rispose: “Sarò sposa affettuosa, sarò regina del popolo napoletano per beneficarlo, ma al di sopra di tutto e di tutti sta il mio Signore”.

Il 21 novembre 1832 nel Santuario di Nostra Signora dell’Acquasanta, presso Veltri, venne celebrato il matrimonio con Ferdinando II delle Due Sicilie. La Regina decise, in accordo con il Re, che una parte del denaro destinato ai festeggiamenti per le loro nozze fosse utilizzato per donare una dote a 240 spose e per riscattare un buon numero di pegni depositati al Monte di Pietà.

Fu un matrimonio forzatamente voluto per motivi esclusivamente politici: bisognava formare un cordone antiliberale tra il Piemonte, il Ducato di Modena, il Granducato di Toscana, lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie sotto la ferrea protezione delle armate austriache pronte ad intervenire, come era avvenuto nel 1821 in Piemonte e a Palermo e nel 1831 a Torino schiacciando i moti mazziniani e in Calabria fucilando i fratelli Emilio e Attilio Bandiera.


Regina dal cuore misericordioso


La sua religiosità, scaturendo dal cuore, divenne vita vissuta: ogni giorno assistette alla Santa Messa con la recita del Rosario; i suoi libri quotidiani furono la Bibbia e l’Imitazione di Cristo; in cappella teneva lungamente lo sguardo sul Tabernacolo per meglio concentrarsi sul suo Amico-Signore, affidando la protezione della sua esistenza a Maria Santissima con la donazione del suo abito da sposa al Santuario di Santa Maria delle Grazie a Toledo.

Due caratteri opposti e due modi di concepire la vita in modo inconciliabile: riservata la regina, godereccio e folkloristico Ferdinando. Eppure con ferreo volere compose il proprio carattere con quello del marito, stabilendo un clima di tale reciproca armonia coniugale che il sovrano si servì di Maria Cristina come consigliera e mitigò in moltissimi casi la voglia di punizioni anche verso nemici dichiarati.

Fu donna di intelligenza non comune, colta ed esperta in discipline come la fisica e la classificazione delle pietre preziose.

La sua disinvolta signorilità e la sua carità conquistarono i napoletani: inviava denaro e biancheria, dava ricovero agli ammalati nelle stanze reali e assegni di mantenimento a giovani in pericolo morale; sosteneva economicamente gli istituti religiosi e i laboratori professionali, togliendo dalla strada gli accattoni. L’opera più grande legata al suo nome fu la Colonia di San Leucio, dove le famiglie avevano una casa, una chiesa, una scuola obbligatoria sostenute dal ricavato della lavorazione della seta che veniva esportata in tutta Europa.


Beneficenza


Prestigio personale, mezzo per attirare la benevolenza dei sudditi, desiderio di essere immortalate in qualche chiesa od ospizio spingevano regine e principesse a larghe donazioni, ben reclamizzate nell'intero regno. Si passava alla storia come persone attente alle sofferenze dei sudditi. Secondo poi le prediche di vari oratori l'elemosina copre la moltitudine dei peccati.

Ma alla regina davano fastidio queste affermazioni: “La carità va fatta in modo discreto e non sembri umiliare il beneficato; infatti il Vangelo dice che la tua sinistra non sappia quello che fa la tua destra... altrimenti hai già ricevuto la tua ricompensa”.

La sua sensibilità umana, avvolta da tenerezza, le procurò l'appellativo di reginella dolce: arrivavano dovunque le sue mani caritatevoli senza chiasso e sempre discrete.

Dal suo direttore spirituale si seppe che aveva un baule pieno di ricevute delle persone da lei beneficate.


Il compianto dei principi e del popolo.


Dopo due anni e mezzo di matrimonio non arrivava ancora l'erede.

Correvano le voci su presunte incapacità generative dei due sposi: deficienza di virilità da parte di Ferdinando e tisi presunta di Maria Cristina.

La regina cominciò a visitare i santuari più importanti del regno dedicati alla Maria Madre, coprì di ceri le icone mariane di Napoli.

Finalmente nell'aprile del 1835 comprese di essere incinta e inviò un bambino d'argento come ex voto alla chiesa di Mugnano dedicata a Santa Filomenena, il cui culto allora era in auge.

La nascita del bambino avvenne il 16 gennaio 1836 e fu un tripudio popolare senza pari accompagnato dai colpi di cannone di Sant'Elmo e degli altri forti.

Venne battezzato il giorno dopo nella stanza attigua alla camera della regina, che lo volle poi fra le braccia e alzandolo esclamò: “Sei figlio mio, ma sei soprattutto figlio di Dio”.

Ma il parto era stato doloroso: si presentò un forte febbre, la setticemia avanzava rapidamente, ma niente turbò il suo desiderio di compiere la volontà di Dio.

Ricevette gli ultimi sacramenti, ringraziò i presenti, abbracciò a lungo lo sposo raccomandandogli il bambino: “Digli che io muoio per lui. Ora devo pensare al mio Signore”.

Morì a mezzogiorno del 31 gennaio 1836, ripetendo sommessa: “Credo,Domine;spero,Domine; amo Te, Domine”.

Venne tumulata nella basilica di Santa Chiara “chiesa del Reale Monastero delle Clarisse” fondato dalla regina Soncha di Aragona.

Nel 1859 fu promulgato il Decreto d'introduzione della Causa di beatificazione.

Nel 1937 Pio XI dichiarò l'eroicità delle virtù; approvato il miracolo richiesto – guarigione dal tumore di una suora – il 25 gennaio 2014 avvenne la beatificazione a Napoli a cura del cardinal Crescenzio Sepe.


Trieste 17.02.2014

Vincenzo Mercante

 
L'ANGELO CUSTODE DI SANTA FAUSTINA KOWALSKA PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
lunedì 14 maggio 2012

Poco tempo dopo - forse siamo verso la fine del 1925 - mi ammalai e la superiora mi mandò passare le vacanze a Skòlimov, un po' fuori Varsavia assieme ad altre due suore. Mi rivolsi al Signore chiedendogli per chi dovessi pregare e lui me l'avrebbe indicato la notte seguente. Vidi l'Angelo Custode che mi ordinò di seguirlo.

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FATIMA E SANTUARI CIRCOSTANTI PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
lunedì 14 maggio 2012

 IL 13 MAGGIO 1917 SEGNA IL SECOLO DI MARIA

ATTORNO A FATIMA

UNA CORONA DI SANTUARI MARIANI

Per ogni pellegrino la meta finale è sempre Fatima, luogo sacro per presenza di ben sei volte della Madonna, la prima il 13 maggio e l'ultima il 13 ottobre 1917.

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ASSISI 2011 PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
martedì 17 aprile 2012

ASSISI 2011
«Senza Dio l'uomo decade»

Contenuto Articolo "Ci impegniamo a stare dalla parte di chi soffre nella miseria e nell'abbandono, facendoci voce di chi non ha voce ed operando concretamente per superare tali situazioni, nella convinzione che nessuno può essere felice da solo". Lo afferma l'appello conclusivo della Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace di Assisi, letto un brano per volta dai leader delle principali religioni e concluso dal Papa. "Noi ci impegniamo - assicura il testo - a far nostro il grido di chi non si rassegna alla violenza e al male e vogliamo contribuire con tutte le nostre forze per dare all'umanità del nostro tempo una reale speranza di giustizia e di pace". E, continuano i leader religiosi, "ci impegniamo ad incoraggiare ogni iniziativa che promuova l'amicizia fra i popoli, convinti che il progresso tecnologico, quando manchi un'intesa solidale tra i popoli, espone il mondo a rischi crescenti di distruzione e di morte".



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L'agnello, la capra, il cavallo PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
lunedì 16 aprile 2012

LA CAPRA, L’AGNELLO, L’ACQUA

Incanta un piccolo capolavoro fra i 72 libri della Sacra Scrittura, quello di Tobia. Racconta che il giovane Tobia, per incontrare la futura sposa Sara, intraprende un lungo viaggio assistito da un angelo ed accompagnato da un cane.

I tre, secondo il pensiero rabbinico, non solo hanno il respiro dei viventi, ma, attraversando pianure, boschi e fiumi, constatano che in qualche misura anche le piante, gli animali, le cose tutte provano dei sentimenti e sembrano trasmettere gemiti di pianto, di lode, di ringraziamento al Creatore, ma anche versare lagrime sommesse se a loro viene tolta la vita anzitempo. Con tali gesti vorrebbero far capire ai tagliatori furenti e sudati e ai cacciatori ingordi che “Dio anche con loro ha stabilito la sua alleanza come con ogni essere con gli uccelli selvatici e con tutti gli animali che sono usciti dall’arca di Noè”.

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abramo PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
sabato 07 aprile 2012
 
abramo l'orante PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
sabato 07 aprile 2012
 
La capra, l'agnello, l'acqua PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
giovedì 20 marzo 2008
Incanta un piccolo capolavoro fra i 72 libri della Sacra Scrittura, quello di Tobia. Racconta che il giovane Tobia, per incontrare la futura sposa Sara, intraprende un lungo viaggio assistito da un angelo ed accompagnato da un cane.
I tre, secondo il pensiero rabbinico, non solo hanno il respiro dei viventi, ma, attraversando pianure, boschi e fiumi, constatano che in qualche misura anche le piante, gli animali, le cose tutte provano dei sentimenti e sembrano trasmettere gemiti di pianto, di lode, di ringraziamento al Creatore, ma anche versare lagrime sommesse se a loro viene tolta la vita anzitempo. Con tali gesti vorrebbero far capire ai tagliatori furenti e sudati e ai cacciatori ingordi che “Dio anche con loro ha stabilito la sua alleanza come con ogni essere con gli uccelli selvatici e con tutti gli animali che sono usciti dall’arca di Noè”.
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L'acqua nelle tre religioni abramitiche PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
mercoledì 20 febbraio 2008
A ragione la terza domenica di quaresima del 2008 viene denominata la domenica dell’acqua.
La roccia che getta acqua dissetante gli ebrei erranti nel deserto o pescata dal pozzo di Giacobbe è divenuta sia simbolo dello Spirito vivificante sia espressione della Parola che appaga gli animi di ogni generazione.
L’acqua è uno dei grandi simboli del­l’umanità. Molte culture immaginano, infatti, che alla radice stessa della creazione ci sia un principio acqua­tico, sorgente di vita.
Due sono, però, gli atteggiamen­ti messi in risalto dal Primo Testamentoa in maniera prevalente.
“Da un lato, ecco il distendersi dell’oceano tempesto­so, con le sue acque salate: esso diventa spontaneamen­te il simbolo del male, del caos, del nulla che attenta allo splendore della creazione e che solamente Dio rie­sce a controllare fermandolo alla battigia, lungo il litorale.
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Risiera, Santin e la Libia PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
lunedì 28 gennaio 2008
Nelle cerimonie svoltesi alla Risiera di San Sabba in occasione della Giornata della Memoria, sebbene di sfuggita, si è accennato sia alle responsabilità dell’Italia fascista sia altre vittime che, accanto ai sei milioni di ebrei, furono avviate verso i campi di sterminio: partigiani, zingari, rom, omosessuali.
A Trieste si è ricordato Palatucci, altrove si sono commemorati altri personaggi per lo più sconosciuti, per esempio alcuni musulmani, che si adoperarono per fornire rifugio e passaporti atti a favorire la fuga di intere famiglie ebree.
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A Siviglia congresso di rabbini e imam PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
lunedì 21 gennaio 2008
La Fondazione francese “Hommes de Parole” è riuscita a radunare 150 rabbini ed imam da 34 paesi dal 19 al 22 marzo 2006 per il 2° Congresso mondiale dei rabbini e degli imam per la pace. Suggestivo il luogo dell’incontro: Siviglia, quella meravigliosa Siviglia che tra il IX e il XII secolo era al centro della cultura moresca nella Spagna e la collaborazione tra musulmani, ebrei e cristiani toccava il suo apogeo.
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Benedetto e Abdullah, uno storico incontro PDF Stampa E-mail
Scritto da Vincenzo Mercante   
lunedì 21 gennaio 2008
L’incontro che si è svolto il 6 novembre 2007 Benedetto XVI e il re Abdullah è certo un avvenimento di portata storica: è la prima volta che un sovrano saudita, custode dei luoghi sacri dell’Islam, La Mecca e Medina, si reca in visita al capo della Chiesa cattolica. Tra il Vaticano e Ryad non intercorrono relazioni diplomatiche; i rapporti sono sempre stati molto difficili a causa della totale mancanza di libertà religiosa.
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Ultimo aggiornamento sito:4/03/2017 - 12:13
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