Prof. Vincenzo Mercante - la vita, le opere, i pensieri


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LA TRATTA DEI NEGRI
Scritto da Vincenzo Mercante   
sabato 22 febbraio 2014

 

La tratta dei Neri. Non conosce tempo la pratica di trasformare in schiavi i prigionieri di guerra e, se l'Africa ne fu un serbatoio inesauribile dai tempi di Roma agli inizi del 16° secolo, è stata un’impresa commerciale in grande stile. Era normale consuetudine da parte dei re locali delle regioni nella zona dei moderni Senegal e Benin vendere agli europei gli indigeni razziati nelle circonvicine terre africane. Dopo la scoperta delle Americhe, ad opera di portoghesi e spagnoli la tratta degli schiavi assunse presto proporzioni senza precedenti, dando origine al più imponente commercio di carne umana. Mentre l'Enciclopedia Britannica ritiene che la deportazione forzata fino al 1867 sia quantificabile tra i 7 e i 10 milioni, la maggior parte degli storici contemporanei stima che il numero di schiavi africani trasbordati nel Nuovo Mondo assommi tra i 9,4 e 12 milioni. Ma Francesco Surdich, attento studioso delle esplorazioni, ipotizza che dall'Africa nel corso di tre secoli furono sradicati dai 15 ai 40 milioni di persone indirizzate sia verso il Medio Oriente arabo sia verso le Americhe oppure perite nella cattura, le marce forzate e il trasbordo. Nel 1516 il missionario Bartolomeo de Las Casas (1474-1566), nominato protettore generale di tutti gli indios dell'America Centrale dal re di Spagna, si impegnava in una appassionata difesa degli indigeni. Dopo la pubblicazione della “Brevissima relazione della distruzione delle Indie” nel 1542, divenne il principale ispiratore delle Leyes Nuevas del 1542-43, che, pur non modificando più di tanto la condizione de facto degli amerindi, valsero però a limitare un po' i maggiori abusi compiuti a loro danno. È vero che Las Casas, nel suo sforzo di perorare la causa degli indios, mettendoli in una luce favorevole, ne idealizzò parzialmente i costumi, al punto che, da molti, è considerato il padre del mito del buon selvaggio, che affascinerà per secoli l'immaginario europeo fin oltre l'illuminismo. Vanno però tenute presenti due osservazioni. Il frate, amplificando la debolezza fisica degli amerindi, indirettamente parve favorire e, secondo alcuni, anche consigliare l'esportazione degli schiavi africani in America, dando per scontato che questi ultimi si potessero ridurre in servitù. In secondo luogo la concezione egualitaria di tutti i sudditi della Spagna non implicava come diritto ma solamente come benevola concessione il principio della libertà fisica e morale dei soggetti d'oltreoceano. Nonostante tali limitazioni, Las Casas svolse una persistente denuncia della rapacità dei coloni spagnoli.

Il silenzio del Concilio di Trento. Le aspirazioni ad una profonda riforma della Chiesa, che placasse finalmente le proteste e lo scontento che serpeggiavano all'interno della cristianità fin dal secolo di Francesco d'Assisi, sfociarono nel Concilio di Trento e nella Riforma cattolica. Gli sconvolgimenti religiosi verificatisi in Germania e la diffusione del credo protestante obbligarono la Chiesa romana ad intervenire con una serie di provvedimenti di carattere teologico e disciplinare. Gli errori luterani, la vita mondana del clero, la pace tra i principi, l'urgenza di un'altra crociata rimanevano i temi più scottanti. I papi e vescovi furono travolti dalle preoccupazioni causate dai riformatori seguaci di Martin Lutero, che insidiavano la fede e sottraevano metà Europa alla potestà papale. La servitù coatta non rientrava quindi tra le questioni da trattare al concilio convocato nel 1542 da Paolo III (1534-1549) a Trento, anche se i lavori cominciarono solo tre anni più tardi, il 13 dicembre del 1545, causa la guerra tra Carlo V e Francesco I di Francia per il possesso del ducato di Milano. Intanto il pontefice dava nuovo vigore al tribunale dell'Inquisizione accentrato sotto la direzione di una commissione cardinalizia, la Congregazione del Sant'Uffizio. Le sessioni si conclusero nel 1563 dopo un'interruzione decennale (1552-1562) dovuta all'ostilità del cardinale Carafa, il futuro Paolo IV (1555-1559). Convinto dell'inutilità dell'assemblea e ostile a qualsiasi innovazione che non discendesse dall'alto, il pontefice intendeva restaurare l'autorità della Chiesa attraverso una lotta accanita contro le eresie e una serie di provvedimenti istituzionali. Intervenne infatti nella riorganizzazione della censura sulla stampa e fissò i criteri per la compilazione dell'Indice dei libri proibiti. Nella Nuova Spagna c'erano tutte le ragioni per ritenere che in Italia si sarebbe discusso anche del ruolo delle diocesi d'Oltreoceano quanto alla propagazione della fede e alla tratta degli africani. Informati dell'avvenuta convocazione del concilio, i vescovi d'America espressero il desiderio di essere presenti e non solo rappresentati. A più riprese, in seguito, i prelati si rivolsero all'imperatore e al Consiglio delle Indie chiedendo aiuti per raggiungere l'Italia, ma senza successo: venne loro impedita la partenza. La causa ufficiale del diniego fu che non si dovevano lasciare sguarnite le sedi lontane, tanto più che il concilio rischiava di essere continuamente rinviato, essendo in atto la continua ripresa della guerra tra Francia e Spagna. Non temessero i vescovi d'oltreoceano, perchè le normative teologico-pastorali sarebbero state fatte pervenire con rapidità tramite i sicuri canali legatizi.

Il battesimo forzato. Se ai padri conciliari non interessavano né la pratica dello schiavismo, né la salvezza eterna di tutti gli indios mediante il battesimo, invece tali argomenti rientravano nelle agende delle corone spagnola e portoghese. Agli schiavi neri la somministrazione del battesimo avveniva a bordo o poco prima dell'imbarco; si consigliava l'aspersione dell'acqua con rami di issopo sulla testa degli incatenati, così da garantire la rinascita spirituale a chi era nato pagano. Gli africani però non percepivano il senso di questo rituale e lo intendevano come una forma di iniziazione allo stato di schiavitù. Inoltre tra gli incaricati a compiere il rito dell'iniziazione cristiana, non pochi dubitavano fortemente non solo dell'efficacia, ma pure della validità di un sacramento impartito a creature totalmente ignare delle verità cristiane e imposto con la coercizione. Accanito oppositore di tale pratica si dimostrò il frate minore osservante Francisco da Conceição, portoghese, coadiutore dell'arcivescovo di Braga, venuto in Italia per informare delle violenze sacramentali i padri conciliari, riuniti nella sessione di Bologna tra il 1547-1549. Lo storico e scrittore tedesco Hubert Jedin riferisce che Francisco rese palese tale modo di agire dei missionari ed insieme stimmatizzò le sevizie dei negrieri: la marchiatura a fuoco, la disperazione che spingeva le madri all'aborto o all'infanticidio, l'orrore di torture con tizzoni, cera e grasso bollente, lo stupro delle donne, il regalo di schiavette ai propri adolescenti come trastullo, l'ingravidamento a forza da parte di uomini selettivamente a ciò prescelti per la vigoria fisica. A giustificazione del loro comportamento i padroni adducevano la necessità di affrettare il più possibile la partenza delle navi, obbligando così i missionari ad amministrare battesimi di massa. Ma la calda perorazione del frate risultò vana. Né durante quei mesi, né dopo, le congregazioni generali si occuparono di sacramenti imposti e di schiavitù. Le due corone di Madrid e Lisbona, in concorrenza sullo scenario d'oltremare, convenivano sulla legittimità delle deportazioni. Gli schiavi erano visti come una grande risorsa per l'Europa, afflitta da pestilenze, da carestie e da periodiche guerre di supremazia. Le raccomandazioni reali e papali si limitarono per lo più all'opportunità di evitare le conversioni forzate: erano ammonizioni con la minaccia di scomuniche, in ogni caso non tali da impressionare i mercanti di carne umana. Il commercio di schiavi aumentò di continuò per tutto il secolo XVI fino alla prima metà del XVII, secolo, causa il bisogno di manodopera per mettere a coltivazione grandi estensioni di terre, per l'estrazione dei metalli, per la costruzione di città, porti e strade. Altro elemento essenziale del nuovo sistema fu la diffusione delle piantagioni di zucchero, tabacco, caffè, cotone. Si venne così a creare un grande circuito economico intercontinentale: manufatti a buon mercato venivano esportati dall'Europa in Africa per l'acquisto degli schiavi che mercanti e razziatori specializzati catturavano ed ammassavano sulle coste della Guinea, del Senegal e del Congo per essere trasportati al di là dell'Atlantico. Dalle Americhe giungevano invece nei paesi europei oro, argento, materie prime e prodotti alimentari. Era nata l'era moderna, solcata però da fiumi di sangue e intrisa d'immani sofferenze.

La Chiesa e l'abolizione della schiavitù. La schiavitù venne messa apertamente sotto accusa in modo serio solo nel Settecento, con la nascita del pensiero illuminista, che intendeva eliminare questo grave ostacolo al libero sviluppo degli esseri umani. Venne soppressa gradualmente da tutti gli stati europei tra il 1794, in piena rivoluzione francese, e il 1815 anno del congresso di Vienna. La condanna si rivelò però illusoria in quanto il contrabbando proseguì seppure in maniera ridotta. Fu bandita nelle colonie britanniche (1833), francesi e olandesi (1848), negli Stati Uniti (1863, durante la guerra civile), a Cuba e Portorico (1870); l'ultimo stato ad abolirla ufficialmente fu il Brasile (1888). La Chiesa cattolica viene spesso tirata in causa nei dibattiti pubblici per la complicità e passività di fronte al sistema schiavista. Nel corso della sua esistenza la Chiesa si è trovata ad agire tra le culture che praticavano la schiavitù e ha dovuto perciò prender posizione. Un primo esempio è la lettera di San Paolo a Filemone; l'apostolo si astiene da ogni pronunciamento, ma poi avverte con risolutezza il padrone che deve trattare da fratello lo schiavo Onesimo convertito al cristianesimo. Quanto alla tratta, pratica su larga scala nel corso della storia, non sono mancate le condanne papali. Nel 1404 gli spagnoli giunsero nelle isole Canarie, colonizzandole e schiavizzando quelle genti. Papa Eugenio IV nel 1435 scriveva al vescovo Ferdinando di Lanzarote pregandolo di esortare i conquistatori a liberare tutti gli schiavi nel giro di quindici giorni dalla lettura pubblica della sua lettera, senza l'esazione di denaro o la pretesa di altri compensi. Chi non ottemperava agli ordini, veniva scomunicato. Un secolo più tardi contro spagnoli e portoghesi papa Paolo III nel 1537 emanò una bolla, dal titolo Sublimis Deus, in cui affermava che Satana aveva suscitato alcuni dei suoi alleati che, volendo soddisfare la loro stessa avidità, avevano la pretesa di trattare gli indios come animali, con il pretesto che essi erano privi della fede cattolica. Purtroppo il Papa, avendo fatto un chiaro riferimento alla Spagna, sotto la pressione politica del re, fu costretto poi modificare alquanto le sue esortazioni. La condanna venne reiterata da papa Gregorio XIV con la bolla Cum sicuti del 1591, Urbano VIII con lo scritto Commissum Nobis del 1639 e Benedetto XIV con la lettera Immensa Pastorum, del 1741. Ma le esecrazioni, sostenute da pesanti scomuniche, non produssero mai un'inversione di rotta. Nel 1839 una costituzione di Gregorio XVI condannava solennemente ogni forma di schiavismo come contrario al diritto naturale. La sua lettera “In Supremo Apostolatus” conteneva le seguenti parole: “In virtù della nostra autorità riproviamo il traffico dei negri come indegno del nome cristiano. In virtù di questa stessa autorità proibiamo e interdiciamo ad ogni ecclesiastico o laico di considerare il traffico dei negri come lecito e sotto qualsiasi pretesto di predicare o insegnare in pubblico o in qualunque altro modo una dottrina in contrasto con quella apostolica”. Nel mondo antico la schiavitù non fu mai considerata un male intollerabile che si dovesse estirpare ad ogni costo, tanto che filosofi e letterati, escluso forse Seneca, non elevarono mai la minima protesta, in quanto essa era data semplicemente per scontata. E se Mosé riscatta i connazionali sottoposti ad estenuanti lavori dagli egiziani e Geremia biasima chi rende schiavi i propri fratelli, è pur vero che l’Antico Testamento non reca alcuna esplicita protesta contro la privazione della libertà personale. La schiavitù in ogni epoca era considerata un diritto dei vincitori sui vinti. Non era messa in discussione neppure dalla Chiesa, che si limitava a raccomandare il buon trattamento degli schiavi indicando come atto gradito al Signore il loro affrancamento inserendolo nella pratica dell'amore vicendevole. La Chiesa si rifaceva al presupposto che lo schiavo in quanto essere dotato di anima (anche se qualche teologo ha nutrito su ciò forti dubbi), fosse uguale all'uomo libero dinanzi a Dio, benché tale uguaglianza non comportasse necessariamente lo stravolgimento delle classi sociali. Tale preconcetto percorse tutto il tessuto ecclesiale con una fortissima e inesplicabile ambiguità, tanto da non provocare un'azione per così dire cattolica per la sua abolizione. Per troppi uomini di Chiesa, infatti, la schiavitù appariva conforme sia al diritto naturale sia a quello divino, sebbene con forti perplessità. L’accettazione della schiavitù era tanto profondamente radicata non solo nella coscienza degli uomini liberi, ma anche in quella di chi la subiva, al punto che sia i primi che i secondi non potevano immaginare un cambiamento di stato. Malgrado quindi accettasse senza traumi la schiavitù considerandola una conseguenza della malvagità umana, la gerarchia ecclesiastica cercava di ovviare alle misere condizioni degli schiavi invitando i padroni ad un trattamento benevolo. Tutto questo dunque non permette di rintracciare una universale e fattiva presa di posizione seguita da un'azione abolizionista. L’uguaglianza degli uomini davanti a Dio e la riduzione in schiavitù rimanevano di certo una contraddizione. Eminenti teologi cattolici si sforzavano di dare una soluzione a questo contrasto accettando sì il dato di fatto, ma nello stesso tempo proclamavano idealità abolizioniste e lodavano i missionari che consacravano la loro vita ad alleviare le sofferenze degli sventurati. La schiavitù era legittimata come castigo in conseguenza del peccato originale oppure di una innata deficienza spirituale che spingeva un certo numero di persone malvagie a prevalere su altre. Lo schiavo poi era ritenuto un discendente di Caino, un uomo privo di ragione e portato per natura alla cattiveria e quindi quasi degno, secondo i negrieri, di essere ridotto in catene. A parte tali considerazioni che sembrano situarsi fuori di ogni logica storica, la schiavitù è sopravvissuta fino oltre la metà del XIX secolo. Durante il Concilio Vaticano Primo (1870) il vescovo Daniele Comboni pronunciò frasi feroci contro il permanere del mercato degli schiavi in Egitto e Sudan. Convinto che non si potesse eliminare lo schiavismo a base di trattati, come si erano illuse di fare le nazioni europee, scriveva che l’abolizione della schiavitù decisa dai governanti a Parigi nel 1856 era rimasta lettera morta per l’Africa centrale; proponeva quindi la scomunica ai cristiani che cooperassero alla tratta dei negri e la non restituzione degli schiavi che si fossero rifugiati nelle missione cattoliche. In occasione dei 500 anni dalla scoperta dell’America, Giovanni Paolo II, durante la visita all’isola di Goree collocata a breve distanza dalla capitale del Senegal, Dakar, proprio dalla casa dove gli schiavi erano venduti all’asta, chiese perdono agli africani per il crimine inumano commesso da coloro che si professavano cristiani.

Vincenzo Mercante


 
LE SETTE PIAGHE DELLA CHIESA
Scritto da Vincenzo Mercante   
sabato 22 febbraio 2014
 

LE SETTE PIAGHE RECENSIONE




Forse se lo sentiva don Vincenzo Mercante che stava per arrivare un Papa riformatore o forse ha colto il disagio di molti credenti, fatto sta che nel suo ultimo libro “Le 7 piaghe della Chiesa e Giovanni Paolo II” (edizioni “Il Murice”, 150 pagine, 12 euro) egli affronta il delicatissimo tema delle “colpe della cristianità”. E lo fa riandando alle coraggiose denunce di Giovanni Paolo II. Il papa polacco infatti utilizzò, nell’arco del suo pontificato, oltre cento espressioni di condanna per quanto commesso dai suoi predecessori e dalle gerarchie ecclesiastiche nei confronti di personaggi come Galileo, Giordano Bruno, Jan Hus (condannato al rogo dal Concilio di Costanza del 1415), i diecimila ugonotti massacrati nella notte di San Bartolomeo del 1572 a Parigi, e bollò l’Inquisizione come “una macchia grave” per la Chiesa.

Papa Wojtyla, secondo Mercante, aveva un “anelito al perdono”, a chiedere perdono, senza temere di riesaminare vicende storiche anche antiche: dalle crociate alle stragi degli indios nelle Americhe, dalla tratta dei negri all’antisemitismo.

Le colpe della cristianità sono tante e Mercante le ripercorre in questo suo libro senza fare sconti. Il filo rosso è l’atteggiamento di Giovanni Paolo II che non ebbe esitazioni ad affermare a Parigi il 23 agosto 1997: “Oggi io, Papa della Chiesa di Roma, a nome di tutti i cattolici, chiedo perdono dei torti inflitti ai non cattolici nel corso della storia tribolata di queste genti; e al tempo stesso assicuro il perdono della Chiesa cattolica per quello che di male hanno patto i suoi figli”.

Le forti richieste di perdono di Papa Wojtyla non furono accettate dai vescovi più conservatori e in un documento, redatto sotto la guida dell’allora cardinale Ratzunger, vengono disseminate “paroline per annacquare l’ardore del suo gesto”. “Le violenze – è scritto – sono avvenute talora, gli antisemiti sono stati non pochi, l’odio cristiano è esploso a volte”. Insomma piccoli accorgimenti per attutire lo shock del mea culpa perché per molti cattolici di antico stampo è difficile ammettere che la Chiesa non abbia “sempre avuto ragione”.

In questo volume Mercante continua la sua attività di onesto divulgatore della fede cattolica, che vanta oltre una trentina di pubblicazioni. In esse grande spazio è riservato all’ebraismo (cito soltanto il significativo “Il dolore bimillenario – antigiudaismo e antisemitismo nell’antichità e nel medioevo” edizioni Il Segno Udine, 2005) e all’Islam, ma anche a personaggi triestini, come monsignor Andrej Karlin, vescovo di Trieste di origine slovena che dovette dimettersi nel 1919 dopo un’aggressione da parte degli irredentisti.

Ho detto un onesto divulgatore perché Mercante rifugge dall’agiografia, dall’apologia, fa testimonianza di fede ma non tace i problemi, rifiuta il manzoniano “sopire, troncare”, desidera cercare la verità. E lo fa anche sulle questioni più recenti che affliggono la Chiesa come la pedofilia, in merito alla quale riporta le indicazioni fornite dalla Congregazione per la dottrina della fede e, ancora una volta, le chiare parole di Giovanni Paolo II: “Non c’è posto nel sacerdozio e nella vita religiosa per chi potrebbe far male ai giovani”.

E affronta l’antico, perverso rapporto tra trono e altare, e quello altrettanto grave con i potentati economici che rendono la Chiesa naturalmente “conservatrice”. “Affrontare questo problema – scrive in conclusione Mercante – significa avviare un serio riesame degli aspetti esteriori ecclesiastici. Infatti, pur essendo vero che la fede risiede nella vita interiore dei credenti, è anche palese che viene comunicata nella forma visibile con cui si manifesta al mondo, avendo sempre come specchio i gesti e le parole del Fondatore”.

Una sintonia con Papa Francesco che però non deve stupire perché è evidente che un’esigenza di purificazione e di rinnovamento si avverte fortemente all’interno della Chiesa e l’ex parroco di Santa Rita con questo libro dà una mano.


Pierluigi Sabatti

 
Albania - il paese delle aquile
Scritto da Vincenzo Mercante   
giovedì 12 dicembre 2013

L'Albania, denominata anche Shqipëria, che significa letteralmente paese delle aquile, è una Repubblica parlamentare dal 28 novembre 1912, quando si dichiarò indipendente dall'impero ottomano. Presenta una superficie di 28.748 kmq, con una popolazione di circa 3.256.000 abitanti appartenenti a varie etnie: 95% albanesi, 3% greci, 2% valacchi, serbi, rom, bulgari, montenegrini armeni. La minoranza ellenica, stanziata nell'estremo sud del paese, nella regione denominata dagli ellenofoni Vorios Ipiros, cioè Epiro Settentrionale, assomma a 110 mila unità secondo il governo di Tirana, a quasi 400 mila secondo l'ala più radicale del nazionalismo ellenico.

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L'ANGELO CUSTODE DI SANTA FAUSTINA KOWALSKA
Scritto da Vincenzo Mercante   
lunedì 14 maggio 2012

Poco tempo dopo - forse siamo verso la fine del 1925 - mi ammalai e la superiora mi mandò passare le vacanze a Skòlimov, un po' fuori Varsavia assieme ad altre due suore. Mi rivolsi al Signore chiedendogli per chi dovessi pregare e lui me l'avrebbe indicato la notte seguente. Vidi l'Angelo Custode che mi ordinò di seguirlo.

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FATIMA E SANTUARI CIRCOSTANTI
Scritto da Vincenzo Mercante   
lunedì 14 maggio 2012

 IL 13 MAGGIO 1917 SEGNA IL SECOLO DI MARIA

ATTORNO A FATIMA

UNA CORONA DI SANTUARI MARIANI

Per ogni pellegrino la meta finale è sempre Fatima, luogo sacro per presenza di ben sei volte della Madonna, la prima il 13 maggio e l'ultima il 13 ottobre 1917.

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INQUISIZIONE ROGHI E POTERE
Scritto da Vincenzo Mercante   
martedì 17 aprile 2012
La pratica della magia, della stregoneria e del satanismo è esistita in ogni tempo sia nelle società pagane che nell'ambito della cristianità.

Quando nel corso del Medioevo si fecero strada svariate credenze superstiziose, mescolate ad occultismo e ricorso a forze del male, la cristianità cominciò ad allarmarsi temendo presunte intrusioni di potere satanico.


 
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Ultimo aggiornamento sito:4/03/2017 - 12:13
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